Superclassificasciò.

Per ripartire con slancio, come nella migliore tradizione, la top ten delle idiozie che riesce a commettere il genere umano  in cui mi imbatto e a cui mi rifiuto di soccombere.

Sullo scalino più basso troviamo i furbini, che incontro principalmente per lavoro, ma che riconosciamo tutti in coda al supermercato, alla posta, negli ingorghi di traffico: sono quelli che cercano sempre di passare avanti “con la forza”, salvo poi fingere di cadere dalle nuvole quando gli si fa notare l’errore:

“Guardi che lei è dietro di me, c’ero prima io…”

“…scusi, non avevo visto che era in fila” .

Effettivamente uno potrebbe aspettare davanti alla cassa del supermercato per passione, no?

“Qual è il tuo passatempo?”

“Aspetto davanti alle casse senza dover comprare nulla, sto lì a guardare l’umanità ed il suo progressivo abbrutimento.”

Al nono posto il pilota di macchina minchia-minchia che ti sfida al semaforo a fare il ripresino:

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voglio dire, avevo una twingo del 98 a metano, adesso sostituita da un doblò, sempre a metano, sempre carico zeppo di bambine, cane, borsoni, e probabilmente troppi attrezzi nel bagagliaio: c’è bisogno di sgassarmi accanto e partire a razzo con la faccia da fastenfurios?

Sempre in macchina, ma uno scalino sopra, la mammabiondasuv.

E’ un tutt’uno con la capigliatura e la macchina, in pratica un transformer: guida come una pazza, oppure pensa di guidare un bilico. O si butta nel mezzo della via con prepotenza, o ha paura di non passarci e allora la via la blocca per ore, sia che si tratti dell’autostrada del sole, o della strada davanti a scuola. Il dramma non è parcheggiare, perché lei arriva, si ferma dove le pare, tira il freno a mano, e chiude la macchina,

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ecca’allà, parcheggiato.

Il dramma è S-parcheggiare: lei ci prova da 16 minuti, 80 cm avanti, 80 indietro, la macchina imbizzarrita non dà segno di comprendere l’intenzione della bionda; nella mia realtà parallela scendo dalla mia macchina e mi dirigo con ampie falcate verso la bionda, l’acchiappo per la collana, la scaravento giù, salgo al posto di guida e le s-parcheggio l’astronave, poi riparto col doblò fra due ali di folla festante mentre scendono coriandoli bianchi come fosse war is over.

Nella dura realtà i minuti di attesa raddoppiano, poi finalmente per miracolo l’automobile parcheggiata davanti alla sua, parte e se ne va, e con la pista di Peretola libera davanti, vuota, a disposizione, il Transformer piano piano ce la fa ad uscire.

Settimo posto, la commessa entrante.

“Salve, avrei bisogno di un paio di stivaletti neri, numero 41, i più semplici che avete.”

“No, guardi, per il 41 le consiglio questi mocassini verdi, morbidissimi in pelle di Panda trattata sull’Himalaya.”

“…ma veramente io li dovrei mettere per…”

“…oppure questo sandalo con swarowsky rosso valentino, ma il 41 l’ho finito, provi il 38, calza grande…”

“…aiutare mia mamma in giardino, ottimali, grazie, vado al caccia e pesca e compro un paio di galosce, vai.”

Al sesto posto, il conoscente che incontri e ti racconta dell’ultimo intervento chirurgico che ha subìto, con dovizia di particolari, preferibilmente coinvolgendo sfintere, prostata, o bulbi oculari andati in malora e sostituiti da

“quest’occhio di vetro, vedi, se me lo tocco non sento niente.”

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Ma io sì, un certo subbuglio allo stomaco, per l’esattezza.

Si sale in classifica, al quinto posto quelli che vengono a chiederti un parere, e se non gli dai quello che vogliono loro s’incazzano. Anche questi si incontrano principalmente per motivi lavorativi, ma abbondano in tutti i contesti, tipo l’amica che ti chiede consiglio:

“Mi ha tradita e lei aspetta un bambino, coi soldi delle bollette ci ha giocato al videopoker e ora ci staccano la luce, ma ha iniziato un lavoro nuovo, fa il tassista alle put@#ne, ma le accompagna solo, e loro gli danno un qualcosa per ringraziarlo, che faccio, lo perdono?”

“…mah, io me ne libererei alla velocità della luce…”

“Ah, sì? Lo sapevo che avevi dei pregiudizi, noi ci amiamo e tu non capisci, non puoi capire. Ti credevo un’amica.”

“Va bene, allora fai un po’ come ti pare, ti stavo dando il mio parere…”

“Sei solo invidiosa!”

“E precisamente di cosa?”

“Del nostro amore che supera tutti gli ostacoli…”

“Allora ti tornerà utile quando sarà a Sollicciano sono contenta per te!”

Lo so che ne avete a bizzeffe anche voi di amici così, non fate tanto i puritani.

Terzo posto, ambitissimo.

E’ femmina, scrive sui social tutto ed il contrario di tutto, citazioni di Herman Hesse, Fabio Volo, il Gabibbo, Oscar Wilde, Gesù Cristo, Jim Morrison, e poi li confonde uno con l’altro in ordine sparso, si fa le foto in bagno, in macchina, mentre soffre per la ceretta all’inguine, ci fa vedere cosa mangia, cosa si è comprata all’outlet due minuti fa, la tinta che si sta facendo dal parrucchiere, ci informa passo passo dei suoi spostamenti registrandosi in ogni posto che il suo smartphone le suggerisca di indicare, e poi se le domandi quanti anni ha ti risponde che c’è la Privacy. Coerenza portami via.

Secondo posto: il tardone imbroccatore molesto.

Esco due volte l’anno, una con mia sorella, una con un’amica di vecchia data. Vogliamo solo stare a chiacchierare, mangiare una cosa sedute senza dover poi sparecchiare e rigovernare, magari fumare una sigaretta di nascosto, che poi sennò a casa se ne accorgono e mi sgridano (mi succede davvero, giuro.). In queste due volte in cui esco, non mi vesto da addio al nubilato americano, non mi ubriaco, non do adito a pensieri men che casti.

Quindi, tu che potresti essere mio zio e ti avvicini con la mano in tasca mentre ti passi la mano fra i capelli rimasti, prima di domandare:

“Scusate, eravamo nello stesso ristorante…ti ho notata, perché hai un bellissimo volto…”, tu, proprio tu che probabilmente eri il vicino di letto del conoscente che si è operato alla prostata…se ti rispondo domandando cortesemente “Ma ti levi di ‘ulo?”, non ti offenderai mica, eh?

Eccoci al top, number one.

La mamma arrembante e frustrata che insiste col Professore per alzare i voti, con l’insegnante di canto per far stare il figlio in prima fila, con la maestra perché sua figlia col grembiule scoppia di caldo (più degli altri bambini, ovviamente), con l’allenatore, anzi di più, col dirigente, ma che dico, col Presidente della Repubblica, insomma con chi di dovere, perché suo figlio deve giocare di più, col prete perché la comunione dobbiamo spostarla al giorno dopo, altrimenti lo zio Enzo non ce la fa ad arrivare in tempo da Sidney, con l’insegnante di teatro perché la parte principale deve averla sua figlia, la mamma che si mette a tu per tu coi bambini ai giardini perché sull’altalena ci vuole andare suo figlio, e a nascondino non può contare sempre lui, e il pallone è suo e allora gioca sempre, e tu gli hai rubato una figurina, ora gliela ricompri, e tu gli hai tirato i capelli ora chiedigli scusa…poi si lamentano che i figli non hanno amici.

Mamma, che frustrazione. Figli che non si misureranno mai coi propri limiti, che non sapranno mai se hanno ottenuto la parte principale nella recita scolastica per le proprie capacità o perché ci ha pensato la mamma, a farli arrivare fin lì, in vetta, al primo posto.

Ma tranquille, mamme di questo tipo: in questa mia personalissima lista, il primo premio spetta voi, vincete voi, a man bassa e senza attentatori al vostro ambitissimo primo posto.

E secondo voi (secondo, perché prima c’è la mamma arrembante), miei pazienti lettori, ci sono categorie da aggiungere?

Qualcuno che potrebbe soppiantare e scalzare i dieci finalisti della superclassificasciò?

Sentitevi liberi di creare nuove categorie, potrebbe nascere un contest di umane idiozie.

 

 

 

 

 

 

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A mia Figlia: non solo l’otto marzo.

Io sono felice ogni 8 marzo. Anche se mi infurio ogni giorno per cento motivi di denigrazione, mercificazione, sottovalutazione, sfruttamento, discriminazione, violenza, sopruso, abuso…sono felice ogni 8 marzo, perchè sono orgogliosa della forza, della dolcezza, della determinazione, della sorellanza, della caparbietà, dei sacrifici di ogni donna che si alza stamani e fa migliore il mondo.

Per mia figlia e per tutte le donne del mondo.

Potevamo stupirvi con effetti speciali, tipo la serendipità, o l’invalidità.

Vi stupirò con questa dichiarazione lapidaria ed assolutamente fuori luogo: mi sono iscritta in palestra, vado a fare pilates e posturale.

Detto così pare anche una cosa fighina e snob, in realtà facciamo gli esercizi geriatrici di Jane Fonda, e mi vengono dei crampi alle dita dei piedi che ogni volta mi fanno pensare:

“questo dito vuole andarsene da questa stanza, penso che lo seguirò”.

La cosa più buffa di tutta questa storia è che le ultime disposizioni del MINCCI (Ministero delle Complicazioni Costose ed Inutili) impongono alla palestra di richiedermi il certificato medico di idoneità, anche per un’attività a basso impatto come questa. Dev’essere per tutta questa gente che improvvisamente si accascia a terra senza preavviso: “col cavolo che ti faccio fare gli esercizi geriatrici di Jane Fonda, così se tu mi muori su due piedi poi quelli vengono a ricercare me.” E’ un mio pensiero ma mi pare abbastanza verosimile.

Mi informo: il medico di famiglia mi farà il certificato, ma probabilmente vorrà che mi faccia prima un eco-cardio. Sempre per tutta questa gente che improvvisamente si accascia a terra senza preavviso, credo. “col cavolo che ti faccio un certificato, così se tu mi muori  su due piedi poi quelli vengono a ricercare me.” Il pensiero è sempre mio, si diffonde a macchia d’olio.

Facendo un rapido calcolo, fra i tempi biblici ed il ticket per l’eco-cardio, il certificato del medico curante che ovviamente è a  pagamento, deduco che faccio prima a passare una visita dal medico dello sport.

Avete presente?

Io sì, ci ho portato la Princi: per fare la prova sotto sforzo l’hanno fatta salire e scendere da uno scalino per un quarto d’ora, ma io farò parecchio prima, non c’è pericolo.

Ma quello che mi fa schiantare è la mia serendipità.

serendipità s. f. – La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro. [dall’ingl. serendipity, coniato (1754) dallo scrittore ingl. Horace Walpole che lo trasse dal titolo della fiaba The three princes of Serendip: era questo l’antico nome dell’isola di Ceylon, l’odierno Srī Lanka], letter.

So che accadrà questo: io inizierò a salire e scendere dallo scalino, come ha fatto la Princi ma parecchio peggio, per uscire da quello studio medico col mio certificato di idoneità sportiva per fare gli esercizi geriatrici di Jane Fonda, e invece succederà che mi sentirò male, caracollerò e mi farò prendere le palpitazioni perché soffro di una qualche sindrome alla quale daranno il mio nome quando ne morirò, che consiste nel volersi a tutti i costi sbrigare a fare le cose faticose, tipo una salita, o le scale con la spesa tutta in un viaggio, per una sorta di spirito di competizione con me stessa, la salita e le scale e la spesa.

E insomma cadrò a terra priva di sensi, o di senso, e il medico sportivo non farà nemmeno in tempo a sorreggermi un po’, me lo sento.

E quindi uscirò dallo studio medico senza certificato di idoneità, ma con un certificato di invalidità nuovo di zecca.

Quindi non potrò fare pilates e posturale, ma chiederò la pensione e camperò a spese vostre.

Cervelloticamente Vostra, la futura invalida che poteva essere l’allieva numero uno di Jane Fonda.

Cookies americani, ma di Sanperapponti.

Io e la Princi ci siamo buscate l’influenza.

Ovviamente nel momento più opportuno, e cioè con una nonna appena dimessa dall’ospedale, ed un nonno con un ginocchio distorto a causa di un certo cane.

Tutti tappati in casa, in tre case diverse.  Yuppi.

Nell’impossibilità di uscire, e con poca autonomia da febbre e dolorini vari, ma con la smania di fare qualcosa, abbiamo scoperto che quello che avevamo in dispensa ci consentiva un esperimento culinario che assaporavamo da tempo: i cookies americani!

Per gli ingredienti e la ricetta, ho cercato su un sito su cui vado spesso: “cook around”, dove infatti ho trovato anche questa:

Ingredienti:
250 gr farina 00
200 gr di cioccolato fondente o gocce di cioccolato fondente
1/2 cucchiaio di bicarbonato
essenza di  vaniglia
125 gr burro
125 gr zucchero di canna
125 gr zucchero bianco
1 uovo

credo che la prossima volta aumenterò lo zucchero di canna e diminuirò quello bianco.

  • Accendete il forno a 180° (io ho il ventilato)
  • Sbattete l’uovo, mentre sciogliete il burro nel micro
  • Setacciate il bicarbonato con la farina
  • amalgamate il burro fuso con lo zucchero di canna e l’uovo sbattuto con quello bianco
  • ora unite i due composti alla farina, ed aggiungete i tocchetti di cioccolato fondente e l’essenza di vaniglia….sappiate che non saranno MAI TROPPI.

Ora fate delle pallette, la misura approssimativa potrebbe essere un cucchiaio da cucina, e mettetele, senza schiacciarle che tanto ci pensano da sole, ben distanziate sulla teglia del forno, ovviamente ricoperta con la carta, o col tappetino da biscotti.

8-10 minuti sono sufficienti.

Il profumo che pervade la casa è incredibile, per quanto poco ci vuole a farli, credo che li rifarò anche solo per accogliere chi entra in casa con un profumo che coccola e fa sentire a casa della nonna…senza contare il fatto che sono buonissimi!

Occhio a sfornarli, all’inizio sono morbidissimi e bisogna aspettare che si rassodino un pochino…ma fra preparazione cottura e raffreddamento…

eccoli, serviti in mezz’ora!

Ta-daaaa!

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…alla Princi è passata anche l’influenza, e appena possibile li porteremo anche ai nonni, magari funziona anche con loro…

C.

Quando è giovedì ma è ancora lunedì.

Quando tutti i giorni inciampi in qualcosa che ti fa pensare che oggi è una giornata di merda, e quindi per definizione è lunedì.

Lunedì: non trovare parcheggio per dodici giri di due minuti l’uno, cioè girare per venticinque minuti e convincersi che in quel parcheggio le macchine non si mettono a lisca di pesce ma a mammatroia, entrare nell’unica palestra che faccia pilates in orari da mamma, e nella quale avevi riposto tutte le tue speranze e scoprire che l’insegnante sembra la sorellastra di Cenerentola, ma più cattiva, che ti fa sganasciare su un materassino, a freddo, e pretende una torsione del busto che nemmeno Sir Biss…

…quando in realtà ti senti parecchio Lady Cocca.

lunedì bis: pestare una cacca di cane, no aspetta questa l’ha fatta un toro, e non l’ho pestata, ci sono infilata dentro a mezza-gamba. Prima settimana di dieta, che la fame sia con me. Cosa non darei per un panino col lampredotto ed una birra.

lunedì ter: l’Omone che torna dalla visita ortopedica con uno stop di tre settimane in cui grugnirà, sbufferà, maledirà quella piccola ciste nel bel mezzo del suo ginocchio destro, senza trarne beneficio alcuno. E poi: farsi prendere dal terrorpanico al pensiero che probabilmente il torneo regionale di basket nel quale selezioneranno le Azzurrine (sì, azzurrine nel senso che sono le nuove leve delle Azzurre) per il quale la Princi si sta allenando da ottobre, e la rassegna di danza classica (giudici i direttori dell’American Ballet di New York) per la quale la Princi si sta preparando da ottobre, avranno la brillante idea di andare sottobraccio l’8 e il 9 marzo.

lunedì quater: macchina dal meccanico, nonno che ci accompagna a scuola e lavoro (n.d.r. ricordarsi di erigere monumento equestre al Nonno Pensatore) arrivare in ufficio ed accorgersi di aver lasciato il telefono a casa, prendere in prestito la macchina del Nonno, correre a casa ed accorgersi di aver lasciato le chiavi insieme al telefono: sì, in casa. Correre a piangere aiuto dalla Nonna che ha la chiave di riserva, recuperare telefono, chiavi, e ripartire al galoppo (trenta metri, poi traffico) verso l’ufficio.

In ognuno di questi lunghissimi lunedì la Princi ha avuto almeno una verifica di fine quadrimestre, ciò vuol dire che ogni lunedì sera, prima del giorno dopo, dagli di ripasso: Carlo Magno, verbi ausiliari in francese, espressioni con le potenze, temperatura, calore, calore specifico e loro misurazioni.

Almeno una nota di ilarità me la porta ancora lei:

“Mamma, in classe i miei compagni mi hanno detto che se durante le verifiche hanno bisogno di aiuto, mi chiameranno con un colpo di tosse: HEM! HEHEM! per non farci sgamare dalla Professoressa…”

“E Com’è questo metodo, funziona?”

“…mah. ‘nsomma…stamani in classe pareva ci fosse un’epidemia di tubercolosi!”

Teniamo duro. Manca solo un lunedì, e finirà anche questa settimana.

Mantra della cestista

Io voglio la palla.

La voglio più di te che mi marchi stretto come un paio di slip di due taglie più piccoli, e che per farlo picchi come un fabbro dell’età del ferro.

Io voglio la palla più di te, delle tue compagne di squadra, di tutto il palazzetto.

Non permetterò a nessuno dei summenzionati di toccare la palla.

Malvolentieri la lancerò all’arbitro in caso di rimessa o palla contesa o tiri liberi, o -poche- altre rarissime eccezioni, in quanto le uniche persone alle quali lascerò la palla, sono le mie compagne di squadra.

Io voglio la palla e voglio portarla a canestro.

Per fare ciò mi alleno tutti i santissimi giorni, e sudo, e mi spello i piedi, mi tuffo sulle vaganti, mi aggrappo alle contese, metto a rischio il mio naso, le mie dita, la mie caviglie tutti i santissimi giorni.

Se non l’avessi capito, la palla è mia. Mi appartiene di diritto.

Io voglio la palla e voglio portarla a canestro, per me e per le mie compagne di squadra.

Se sei incaricata di marcarmi, beh, peggio per te.

Se credi che ti lascerò passare, beh, ti sbagli.

Se pensi di usare la forza, io userò la velocità. Se credi di essere veloce, spero ti piaccia seguire la mia scia.

Se credi di essere una campionessa, beh, noi siamo una squadra.

Se sarai un’avversaria nobile, noi saremo altrettanto; ma se giocherai scorretto, noi non saremo da meno e diverrai il nemico.

 
Io voglio la palla e l’avrò, voglio portarla a canestro e lo farò.
Ed ora che l’hai capito: try to catch me.

E chi ben comincia? Se questo è l’inizio del 2014…

Io lo so. Lo so benissimo che Mandela ha lasciato un segno indelebile, e davvero ne sento l’importanza in tante azioni che compio quotidianamente.

Ma il suo funerale per me resterà impresso nella storia per due cose:

1) l’interprete della lingua dei segni che gesticolava a caso: io mi immagino che abbia tradotto cose tipo

“Madiba è stato un grandissimo trattore, bignè a nastro, rotatoria primaverile, con enormi galoches ed una responsabilità nei confronti di Maurizio, un amico mio, e naturalmente come se fosse antani, supercazzolissima. Preghiamo per lui palla al centro e via via stretto sulla fascia. Ha da passà a’ nuttata, bada che ciuffo. Amen.”

E mi domando come sia possibile che questo fosse il meglio che hanno trovato.

Vabbè. Ormai è andata.

2) l’incazzatura a livelli di “ATTENZIONE, PERICOLO!” della Michelle Obama quando il marito s’è messo a fare i’ ganzino con la sventola bionda. Non conta nulla che fosse il primo ministro di Svezia, Norvegia, Sventolandia o una lap dancer con le nappine sui capezzoli: faceva parecchio (PARECCHIO) la squinzia gemella Kessler. E lui c’è cascato con tutti e due i piedi, diciamocelo.

Ora: Obama, Mr President, permettimi.

Ti pareva il caso di fare tutto quel teatrino e di farla passare per cornuta in mondovisione?

…e poi sèguita dell’altro a fare lo splendido, tanto mi pare evidente che lei l’ha presa bene e non è il tipo da scenate di gelosia. No-no.

 “Rizzati di costì, che accanto a codesta sdraiona bionda ci vengo un po’ io.”

…poi tanto ti  tocca chiedere scusa. Eccome, sennò tu dormi su i’ divano nello studio ovale, te lo dico io.

“…e poi, sappilo, che la casa resta alla moglie con i bambini. “

“O Michelle, oh che di’ su i’ serio? Ma noi si sta alla Casa Bianca, e sono i’ Presidente…”

“Zitto e pena poco. Fa’ a’ modino e stasera se ne ragiona a palle ferme…”

“…Michelle, Amore. Amore mio infinito unico e grandissimo. Chi è la mia luce, il mio faro, la mia vita, il cuore del mio cuore duddù daddaddà?”

“Ecco, un po’ino meglio.

Michelle 1 – Sventola Bionda 0.

Piglia e porta a casa. E codesto telefonino ficcatelo in….uh, zitti parla coso, m’interessa.”

A fianco di ogni grande uomo c’è una grande donna.

Che alza gli occhi al cielo, rassegnata, pensando “ho sposato un deficiente.”