Dress Code per l’Apocalisse Zombie.

L’Omone, come ben lo presenta il nome, è un omone grande e grosso, e questa può essere la sola giustificazione al suo modo di vestire: non è semplicissimo trovare la sua taglia, né per l’abbigliamento né per le scarpe, se non cercando nei negozi di articoli sportivi.

Ma a parte questo, il suo canone è rigido e uguale a sé stesso da anni: non tiene conto del contesto, delle ricorrenze, del resto del mondo.

Abitualmente il suo guardaroba si divide in due stagioni: inverno ed estate, che si distinguono solo dalla lunghezza dei pantaloni e delle maniche.

Per imbrigliarlo in un vestito (giacca, camicia, pantaloni, con sforzo immane ci aggiungiamo la cravatta) serve un matrimonio.

Quando capita, si mette la giacca e la camicia ed inizia a muovere le spalle come nei video di aerobica di Jane Fonda, e si rammarica di “non entrarci”, e che non riesce a muoversi, come se ai matrimoni normalmente al posto del ricevimento o del pranzo si tenessero gare di braccio di ferro, di lancio del giavellotto o qualche palio delle botti, o giostre di saracini.

Non ammette deroghe alla sua tenuta d’ordinanza:

pantalone cargo dei vari eserciti del mondo+

t-shirt con macroscritta di qualche gara sportiva+

scarpa da corsa o anfibio da guerra con calzino rigorosamente corto+

eventuale felpa.

La scorsa settimana, purtroppo, è venuto a mancare il padre di un suo collega ed amico, e l’Omone ha partecipato al funerale.

Ovviamente, vestito da Omone.

Mentre si vestiva, sono riuscita a convincerlo  -Deo gratia- ad indossare la camicia, a maniche corte come quella di Luca Nervi di Camera Cafè, per coprire almeno un po’ una t-shirt con scritta fluo anni 80 sulla schiena, solo facendogli notare che:

“Omone, dove stai andando? non è un’Apocalisse Zombie, il poveretto è morto davvero, non uscirà ringhiando dalla cassa da morto, e non ci sarà bisogno di usare tutta la tua forza fisica per ricacciarcelo dentro.”

L’Omone ha sbuffato, e sostenuto con tutte le sue forze la sua teoria:

“il codice d’abbigliamento è un canone imposto da una società che ci vuole omologati! Io mi rifiuto! Io non ci sto! Io mi vesto come mi pare! Se voglio uscire di casa in pantaloni corti a novembre, voglio vedere chi me lo può impedire!”

Fa sempre così se si tocca questo tasto, e si inalbera fiero nei suoi due metri, pilone e pilastro, manifesto di forza e prestanza, ma di scarsa eleganza.

Devo dire che non ne cambierei comunque nemmeno una virgola: lo adoro così com’è, mi è piaciuto subito questo suo essere differente.

Non ne cambierei una virgola, me lo tengo così, fantaeroe vestito da Apocalisse Zombie, anche se andiamo a teatro a vedere il saggio di danza classica della Princi, e io mi agghindo col tacco dodici, il tubino nero e lo chignon.

Totalmente privo dell’idea del “dress code”.

Tranne quando, la sera, mi capita talvolta di chiedergli “Puoi portare Ettore giù in giardino a fare i suoi bisogni?”

e lui mi risponde serio “…ma Cla…non posso uscire così, sono già in pigiama!”.

con Amore Immenso, a colui che mi difenderà in caso di Apocalisse Zombie:

perché altrimenti io, fosse per me,

 decisamente sceglierei D.

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