…e io sono felice (lo stesso).

Mi capitano fatti strani da circa quarant’anni.

Incontri, scontri, coincidenze, sprazzi di vite altrui mi si catapultano contro, mi investono tipo il frullato proteico al mango di qualche giorno fa, e ne resto impregnata, talvolta per anni, molto più spesso solo per pochi attimi, o giorni.

E mi capitano anche anche fatti miei, da strisce di fumetto da quanto riesco a mettermi in ridicolo, ma io sono felice (lo stesso).

Tipo la settimana scorsa, quando avevamo appuntamento dal dentista.

Nella mia mente ero sicura al 100% che fosse alle 14:00, così sicura che non ho nemmeno guardato il memo con su scritto giorno ed orario.

Malissimo, infatti era alle 14:30.

Ovviamente l’ho scoperto solo una volta entrati in sala d’attesa, dove la signorina ci ha sorriso dicendoci “…siete arrivate in anticipo! ”

ed io ho realizzato che avrei sprecato mezz’ora sul divanetto arancione, e mezz’ora nel parchimetro.

Magari ci sbrighiamo lo stesso e facciamo in tempo.

Se non che, “sbrigarsi” e “dentista” non vanno mai nella stessa frase, quindi dopo mezz’ora di otturazione per la Princi, quasi pronta per la mia pulizia, dico alla dottoressa “vado ad aggiungere un euro nel parchimetro, la macchina è qui in fondo alla via, ok?”

“Non c’è problema, io intanto preparo”

“Ok, Princi mi aspetti qui? Lascio tutto, tienimi la borsa, prendo solo l’euro”

E volo in fondo alla via ad infilare la monetina, prendere il foglietto e tornare alla macchina per metterlo sul cruscotto.

Sì, MAAAA…

le chiavi sono in borsa. La borsa nello studio del dentista. Ecco anche il vigile da lontano.

Che meraviglia. Impreco contro me stessa, contro il bigliettino memo che non mi sono fatta tatuare in fronte, contro il parchimetro, contro il sole impietoso che mi opprime.

Per un miracoloso colpo di fortuna il finestrino lato passeggero è rimasto un po’ aperto…se riesco ad infilare la mano, e se magari riesco a far cadere il bigliettino…ecco la mano ci passa, ahio, me la sono un po’ schiacciata, il bigliettino finisce preciso sul cruscotto, e TIE’! vigile, ti ho fregato, posso tornare dal dentista, che ora mi sembra quasi una benedizione…

Sì, MAAAA…

non mi esce più la mano.

Inizio a sudare come la famosa fetta di pecorino al sole.

Ci manca solo che arrivi il vigile e mi prenda per una ladra. Sudo così tanto che rimarrò appiccicata alla poltrona del dentista, così tanto che riesco a sfilare la mano.

Figura scampata per un pelo. Multa scampata per un pelo. Ed io sono felice (lo stesso).

Oppure tipo ieri:

chi è di questa zona sa cosa vuol dire perdersi nel macrolotto.

Il macrolotto è una zona industriale fitta di capannoni, magazzini, laboratori. A dividerli ed unirli, un reticolo di strade tutte uguali, e rotonde misteriose senza una caspita di indicazione “seria”.

Ormai molte delle scritte sono in cinese. A parte salutare tutti dicendo ni hao, non sapevo davvero come fare.

Mezz’ora persa a piangere e smadonnare in cinese. Alla fine riesco a spuntare su una via che conosco, ed arrivo in tempo a riprendere la Princi e la Facundina all’allenamento di basket.

Quindi sono felice (lo stesso).

Torniamo a casa sotto un diluvio, di quelli che fanno formare quella schiuma bianca e vischiosa sulle strade impregnate di olio.

Fila di macchine davanti a noi, in questo punto della strada c’è sempre, poco più avanti c’è un tabaccaio, e la gente accosta al lato della carreggiata per andare a comprare le sigarette, fa sempre un po’ tappo.

Mentre procediamo a passo d’uomo, un motorino ci sorpassa da destra, e poco più avanti vedo volare in aria qualcosa…

…il motorino ha centrato in pieno una ragazza che attraversava la statale. Ci fermiamo in tre o quattro. Diluvia.

“Princi e Facundina, guai a voi se mettete il naso fuori dalla macchina!”

Prendo un telino termico dal cruscotto, e scendo, aprendolo.

Mi avvicino domandando “Qualcuno ha chiamato il 118?”, “Sì, dicono che stanno per arrivare…” e copro le spalle col telino alla ragazza bersaglio del motorino.

Evidentemente il baluginare metallizzato del telo fa parecchio effetto, devo sembrare qualcuno che se ne intende.

“Signore può smettere di lanciarle acqua in faccia? Sta diluviando, siamo già fradici e lei è una maschera di sangue, così si appiccicano i capelli sulla ferita; vogliamo cercare di capire cos’ha?”

Ma l’ho detto io davvero? Così seria, compita e saputa?

Mi inginocchio davanti alla ragazza, che è seduta per terra. Ha un brutto taglio sulla tempia sinistra, vicino alla fronte, si vede l’osso.

Guarda avanti senza vedere nessuno, il dolore scritto nella smorfia che le piega la bocca in giù.

“Ehi! Mi senti? Guardami! Sono qui davanti a te, guardami!” e batto le mani per attirare la sua attenzione.

“Come ti chiami?”

Lei piega ancora di più la bocca, credo sia profondamente sotto shock.

Risponde con una sola vocale: “AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA”

Ohibò. Questo non mi piace. Batto di nuovo le mani, la chiamo, guardami, ascoltami.

“come ti chiami? Mi senti?” Cerco il suo sguardo, finalmente lo trovo e domando di nuovo “come ti chiami?”

voglio solo che mi risponda. Tutte le persone che sono lì con me a bagnarsi nel mezzo della statale vogliono solo che lei risponda e ci faccia tirare un sospiro di sollievo.

“FRANCESCAAAAAAAAH”

Urla. L’ho acciuffata, ci vede, ci sente, ci risponde, sappiamo che si chiama Francesca e sta per arrivare l’ambulanza.

“Francesca, va tutto bene, stai tranquilla, non hai niente. (?!?) Hai un taglio sulla fronte, ma non sembra nulla di grave…mi senti?”

Lei fa cenno di sì con la testa, piange.

Qualcuno mi batte una pacca sulla spalla, come se le avessi fatto un intervento a cuore aperto.

Ecco che mi consegnano il suo portafogli, due pacchetti di sigarette, le chiavi dell’auto parcheggiata lì accanto.

“…no, fermi, io devo andare. Ho due bambine in macchina, non posso rimanere ancora…”

Restituisco tutto al signore dell’acqua in faccia, gli dico di aspettare l’ambulanza, seria e compita e saputa come prima.

Lui annuisce, qualcuno mi ringrazia.

Ho pensato, adesso se provo a spiccare il volo come Hankock secondo me ce la faccio.

Ma per sicurezza non ho provato.

Però andarmene nella pioggia, dopo aver fatto un piccolo gesto per aiutare qualcuno in difficoltà, mi ha fatto sentire un po’ Bruce Willis.

Sì. Lo so, non è molto femminile, ma gli eroi duri e puri non sono mai femminili nelle scene post-apocalisse dei film.

Poi sono risalita in macchina ed ho riportato le bambine a casa.

“…visto bambine? Due esempi in uno: bisogna stare attente ad attraversare la strada. E: fumare fa male”

Scoppio di risa delle due cestiste.

…e io? Io sono felice (lo stesso).

Alla radio ci raccontano della condanna di Berlusconi.

7 anni ed interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Permettetemi di dirlo: io sono felice.

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…dovevate capirlo subito.

Il 23 giugno è il mio compleanno.

Siccome sono una donna d’altri tempi (?), ho chiesto in regalo il robot aspirapolvere, in cima alla lista dei miei desideri domotici: accordato.

E siccome sono una donna d’altri tempi fortunata, le mie amiche e colleghe di lavoro hanno saputo centrare l’obiettivo, avrò anche il secondo oggetto nella lista dei desideri domotici: la macchina da cucire che fa tutti quei punti fighissimi, tipo il punto smock, lo zig-zag, le asole…grazie fratelle, vi lovvo!

Di solito, mi piace cercare in internet fatti ed accadimenti del passato che ricorrono in date che festeggio: anniversari, compleanni, vediamo cos’è successo di importante nel passato.

Ecco, per il mio compleanno, tranne tre o quattro cose di rilevanza notevole, solo dichiarazioni di guerra, nascita di vescovi, martiri, eccidi.

Ma le cose notevoli ed importanti lo sono davvero,

Scimmia perplessa

tipo:

Fra i nati del giorno, condivido il compleanno, fra i tanti, con tale “PierLuigi Ighina, pseudo-scienziato”.

Per chi volesse approfondire, lo trovate QUI.

Ecco. Mi pare evidente, che le congiunture astrali e le numerose coincidenze di fatti quantomeno strambi…insomma non è tutta colpa mia se sono così.

In più, domenica, e questo mi inquieta ancora di più, ci sarà la SuperLuna, per i miei quarant’anni.

Insomma, se verrò risucchiata da un raggio luminoso proveniente dalla nave madre, poi non dite che non vi avevo avvertito.

P.s.:Posso chiedervi un regalo? Mi fareste sapere quale articolo avete preferito?

C.

Ci incontreremo ancora…

La prima volta che la Princi prese in mano una palla da basket era il 2010, con la Scuola Basket Campi, squadra mista di bimbi e bimbe.

Pare passato un secolo da quanto è cresciuta.

Entrammo in palestra, per il primissimo allenamento di prova: la Princi aveva addosso una timidezza che le stroncava la voce in gola, un paio di pantaloncini ed una t-shirt.

Il coach frugò nel cesto, prestigiatore in tuta gialloblù e ne tirò fuori una canotta ed un paio di pantaloncioni bracaloni.

Li annusò, e dondolò la testa come per dire “non sono pulitissimi ma possono andare” e li lanciò ad una Princi impalata.

“vai a cambiarti, sbrigati che si comincia”.

Fu amore al primo palleggio, colpo di fulmine totale, matto e disperatissimo.

Tirò fuori il carattere e l’agonismo che la Princi già aveva ma disperdeva senza possibilità di incanalarlo in una direzione, senza la fisicità propria e peculiare di questo meraviglioso sport.

Come disse l’Omone “…se non ci piace il contatto, la botta, la spinta, la forza fisica da usare contro, si va a giocare ad uno sport dove la rete è in mezzo e ci divide dall’avversario…”

E la Princi provò, e ci pensò su. Pianse un paio di lacrimine di rabbia, e capì che piangere non le piaceva: ma anche che il rumore del palleggio, il cesto che accoglie la palla, la gioia vibrante del coast-to-coast, il terzo tempo che diventa un automatismo perfetto…valevano la pena.

Decise che non avrebbe pianto, per uno scontro o per una scorrettezza, ma che si sarebbe impegnata di più. Che avrebbe passato la palla al compagno libero avanti a lei, che avrebbe lottato per ogni palla vagante e se la sarebbe incastonata fra le braccia finchè l’avversario avrebbe ceduto, sfinito, sfibrato ed irritato da una bambina biondina.

Imparò a riconoscere ed apprezzare le caratteristiche dei compagni: la precisione di Diego sulla sua mattonella, il palleggio perfetto, morbido, elegante di Damiano slowhand, la rapidità da vespa di Vieri, la visione di gioco e l’atletismo di Matteo, un anno più piccolo ma grandissimo, la cavalcata al galoppo della Bibi, il polso magico di Alessia, la certezza matematica che la Cate si smarca ed arriva ad aiutarti, la foga e la veemenza di MatildeRoncaglia, e i contributi necessari alla crescita portati da tutti.

Ed arrivarono gioie e dolori. L’esultanza per le vittorie, la delusione per le sconfitte. Come è giusto che sia. Quando spendi tutto il tuo fiato, perseveri, insisti, riprovi, quando dai il 100%, e ne esci sconfitta, è naturale provare delusione.

Chi non esce deluso da una sconfitta, non ha appreso il valore della sconfitta stessa.

L’amaro che vuoi sciacquarti dalla bocca, col prossimo allenamento, cercando di fare meglio, di migliorare il passaggio, che se avessi lanciato la palla più forte, forse la partita sarebbe andata diversamente…alzare la percentuale di tiro, se le avessi messe dentro tutte, la partita sarebbe andata diversamente…chiudere meglio in difesa, se avessi interferito in ogni tiro avversario, la partita sarebbe andata diversamente…in una squadra si impara e ci si assumono meriti e colpe, si gioisce con gli altri quando si vince, e ci si infuria con se stessi quando si perde.

E la Princi è cresciuta ed ha imparato tanto su quel linoleum scolorito. Ringraziando tutti i compagni che sono cresciuti con lei.

Ma adesso arriviamo ad un bivio: maschi-femmine.

L’inizio un anno fa, con un allenamento alla settimana insieme alle sue coetanee della femminile di Prato.

Poi dei tornei, minicampionati.

Ed il coach che ci crede: bimbe, se volete si può fare.

Le bimbe vogliono, eccome se vogliono. Il quintetto Campigiano vuol dire molto per la formazione della squadra femminile che sarà: U13, suona bene.

Ma l’impegno richiesto è maggiore, ed esclusivo: sarebbe impossibile continuare a giocare in due squadre, in due campionati…ed il minibasket prevede la possibilità di giocare misti ancora per un anno, e poi?

Quindi abbiamo deciso di percorrere l’unica via che ci consente di progettare qualcosa di più di una sola stagione…e dal prossimo anno, la Princi giocherà solo con la squadra delle bimbe.

Le mancano già le sfide “maschi contro femmine”, e urlarsi scemenze attraverso il muro degli spogliatoi, e mettersi alla prova contro ometti che per natura sono già più forti di lei, ma ai quali si è divertita tanto a dare del filo da torcere.

Ma crescere è anche questo, dover fare delle scelte.

Ci mancherete tutti, miniatleti e genitori, ma se ci cercherete ci troverete fra gli spettatori, io sarò ancora quella che fischia.

Un pezzo di cuore resta giallo-blù.

Frullati esplosivi per fagiolini al mango.

Dopo la lunghissima giornata di ieri, quando sono tornata a casa c’era comunque tutta la serie di quelle incombenze casalinghe, tipo i panni da stendere, la cena da preparare…

Quindi prepariamo i fagiolini, va’. Spicciulliamo i fagiolini. Spicciullare è un neologismo del nostro lessico familiare: sta a significare togliere le puntine ai fagiolini, ovviamente.

Spicciullare mi rilassa. Un po’ tutte le azioni che prevedono un mucchietto di cose da trasformare, perchè riesco a vedere l’inizio e la fine del lavoro, la percezione del compiuto. Sì, vabbè, filosofia spicci(ull)a.

E quindi io sono lì che spicciullo, la Princi si fa la doccia, Ettore rosicchia il suo giocattolo ai miei piedi, appiccicato a me, e l’Omone sta finendo la sessione di allenamento di corsa, eccolo che suona il campanello.

Scavalco Ettore, e vado ad aprire la porta all’Omone.

L’Omone fa stretching, e poi si prepara uno di quei frullati proteici di integrazione dietetica.

Versa un misurino di integratore, aggiunge l’acqua, e shakera.

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Fichissimo, più di Tom Cruise in “Cocktail”.

MA, simpatico buontempone, come PURTROPPO è già capitato a conferma del proverbio “errare è umano, perseverare ti stacco la testa”, aggiunge acqua gasata. E shakera lì accanto a me, ai fagiolini spicciullati, ad Ettore sempre appiccicato ai miei piedi.

Ed ovviamente lo shaker ESPLODE.

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Ed investe col suo getto di frullato proteico al mango: l’Omone, i pensili, le piastrelle e la finestra della cucina, i fagiolini spicciullati, e me con la mia camicetta di seta, che d’impulso faccio un passo indietro e salgo su Ettore, che mi scalcia fra le gambe, e piange e non so come ma riesco a reggermi in piedi e scendere dal cane.

L’Omone mi guarda con la faccia che doveva avere a tre anni, ma con la barba.

I fagiolini ora sanno di mango, io so di mango, la mia camicetta è striata arancione-mango.

L’Omone pulisce pensili e piastrelle, e continua a guardarmi con la faccia e la barba di prima.

Mi scappa da ridere, anche se sono abbastanza furibonda e cerco di mantenere un contegno.

Mi esce solo un “PARLIAMONE!!!” che nella mia idea dovrebbe stare a significare “spiegami perché mi hai fatto questo?”mentre l’Omone continua a pulire, Ettore mi ruba le parole di bocca e scodinzolando a coda bassa e orecchie indietro mi guarda domandandomi “Perché mi hai fatto questo?”, il mio averlo pestato deve essergli sembrato una punizione.

La Princi esce dalla doccia e ci trova, giustamente perplessa, cosparsi di frullato proteico al mango.

L’incanto è rotto: spicciullare i fagiolini, ormai, non mi rilassa più.

…stanno arrivando, me l’ha detto il colon.

Stamani. Qui.

Un’intervista con una troupe di Rai 1. Sinceramente, non lo so se sono pronta.

Anzi, a giudicare dagli spasmi del colon, no, non sono pronta.

Vabbè, a differenza degli esami scolastici, almeno posso dire, nel mio piccolo, di essere abbastanza ferrata in materia, va’.

Inspirare….espirare…inspirare…espirare…cercare un bagno.

Colon irritabile, sappi che comunque non sarai mai irritato come me.

 

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Sometimes I wish upon a star…

Annuntio vobis gaudium magnum:

dopo avere desiderato con tutte le mie forze,

inveito,

essere ricorsa al voodoo,

ed aver fatto appello alla pietà delle creature venute dallo spazio,

per vie ufficiose ma abbastanza attendibili mi hanno comunicato

che la carica dei Vincenzo-accà-allà-allà-accà conosciuti dagli amici come la famiglia di Piaga,

entro la fine del mese, TRASLOCHERA’ altrove, verso nuovi muri da stonacare e dove ricreare mercati del pesce su pianerottoli altrui.

Scusate ma adesso ho da fare, ho un party da organizzare e devo ancora comprare le lingue di menelicche, i braccialetti trekking light che si illuminano e noleggiare la macchina per lo schiuma party.

I palloncini no, è meglio di no.

La magia del cameriere bizzarro ed il profumo dei tigli

Ha funzionato tutto alla perfezione:

la maschera all’argilla, il colore fai da te, anche se un po’ invece cola, e avevo una pelle morbidissima e profumata di crema.

E siamo andati a cena in quella trattoria vicina al teatro, e come tutte le volte in cui poi accade qualcosa di magico, il cameriere aveva qualcosa di bizzarro. E’ una formula ricorrente: camerierebizzarro=serataspeciale .

Nel senso che, per esempio, il primo capodanno che abbiamo passato insieme io e l’Omone -eravamo dei pischelli- siamo andati a cena in un ristorante a due passi dal centro di Firenze. Il cameriere aveva un vistoso cerotto in diagonale fra il naso e le sopracciglia, e non riuscivamo a smettere di ridere: come se non bastasse, all’arrivo della mezzanotte, canestro da tre punti col tappo dello spumante, preciso sul cerotto del cameriere. Tre punti di sutura, intendo.

Ecco, quella sera, oltre a ridere delle disgrazie altrui, ho avuto la percezione che mi stava capitando qualcosa di magico, che quel ragazzone che mi teneva la mano sarebbe diventato il mio Omone, che non avrei mai voluto cercare altri che lui. Ho sentito le campane, ho creduto di essere in un film, ho alzato il piede quando mi ha baciata sotto casa, credo anche che un osservatore esterno avrebbe potuto vedere un fascio di luce che ci illuminava, e una pioggia di petali.

Alfred Eisenstaedt 1945

E l’altra sera, alla trattoria vicino al teatro, prima del saggio di danza della Princi, il cameriere non aveva un filo di voce, bisognava sforzarsi di leggere il labiale, una situazione surreale in cui lui ci proponeva il vino della casa, e noi “gira la ruota, compro una vocale” e non mi sarei stupita di vedere entrare Denny de Vito, e di essere in una commedia americana.

E dovevamo sembrare davvero personaggi di una commedia americana, perché alla cassa il proprietario ci ha guardati e ci ha detto, come ci capita spesso:

“Scusate, stavo per parlarvi in inglese, non sembrate italiani!”

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E non capisco mai se è un complimento o un’offesa. Ma ultimamente, lo prendo più come un complimento.

E poi c’è stato il saggio della Princi.

Ho riso, ho pianto, ho sudato come preventivato come una fetta di pecorino al sole, ho avuto i crampi al sedere perché non c’è mai abbastanza spazio fra i sedili, ho tenuto la mano dell’Omone stretta stretta, e quando la Princi ha fatto i suoi passi da sola, farfalla bianca su quello sfondo nero, ho sentito di nuovo le campane, e lo stomaco ed il cuore farsi un tutt’uno in gola e rullare come Bonzo.

John_Bonham_1975

Tutto alla perfezione, io coi miei due amori grandissimi. E nella scena del finale, noi tre che ci allontaniamo ed io che dico:

“…senti che profumo, questi tigli…”