Ci incontreremo ancora…

La prima volta che la Princi prese in mano una palla da basket era il 2010, con la Scuola Basket Campi, squadra mista di bimbi e bimbe.

Pare passato un secolo da quanto è cresciuta.

Entrammo in palestra, per il primissimo allenamento di prova: la Princi aveva addosso una timidezza che le stroncava la voce in gola, un paio di pantaloncini ed una t-shirt.

Il coach frugò nel cesto, prestigiatore in tuta gialloblù e ne tirò fuori una canotta ed un paio di pantaloncioni bracaloni.

Li annusò, e dondolò la testa come per dire “non sono pulitissimi ma possono andare” e li lanciò ad una Princi impalata.

“vai a cambiarti, sbrigati che si comincia”.

Fu amore al primo palleggio, colpo di fulmine totale, matto e disperatissimo.

Tirò fuori il carattere e l’agonismo che la Princi già aveva ma disperdeva senza possibilità di incanalarlo in una direzione, senza la fisicità propria e peculiare di questo meraviglioso sport.

Come disse l’Omone “…se non ci piace il contatto, la botta, la spinta, la forza fisica da usare contro, si va a giocare ad uno sport dove la rete è in mezzo e ci divide dall’avversario…”

E la Princi provò, e ci pensò su. Pianse un paio di lacrimine di rabbia, e capì che piangere non le piaceva: ma anche che il rumore del palleggio, il cesto che accoglie la palla, la gioia vibrante del coast-to-coast, il terzo tempo che diventa un automatismo perfetto…valevano la pena.

Decise che non avrebbe pianto, per uno scontro o per una scorrettezza, ma che si sarebbe impegnata di più. Che avrebbe passato la palla al compagno libero avanti a lei, che avrebbe lottato per ogni palla vagante e se la sarebbe incastonata fra le braccia finchè l’avversario avrebbe ceduto, sfinito, sfibrato ed irritato da una bambina biondina.

Imparò a riconoscere ed apprezzare le caratteristiche dei compagni: la precisione di Diego sulla sua mattonella, il palleggio perfetto, morbido, elegante di Damiano slowhand, la rapidità da vespa di Vieri, la visione di gioco e l’atletismo di Matteo, un anno più piccolo ma grandissimo, la cavalcata al galoppo della Bibi, il polso magico di Alessia, la certezza matematica che la Cate si smarca ed arriva ad aiutarti, la foga e la veemenza di MatildeRoncaglia, e i contributi necessari alla crescita portati da tutti.

Ed arrivarono gioie e dolori. L’esultanza per le vittorie, la delusione per le sconfitte. Come è giusto che sia. Quando spendi tutto il tuo fiato, perseveri, insisti, riprovi, quando dai il 100%, e ne esci sconfitta, è naturale provare delusione.

Chi non esce deluso da una sconfitta, non ha appreso il valore della sconfitta stessa.

L’amaro che vuoi sciacquarti dalla bocca, col prossimo allenamento, cercando di fare meglio, di migliorare il passaggio, che se avessi lanciato la palla più forte, forse la partita sarebbe andata diversamente…alzare la percentuale di tiro, se le avessi messe dentro tutte, la partita sarebbe andata diversamente…chiudere meglio in difesa, se avessi interferito in ogni tiro avversario, la partita sarebbe andata diversamente…in una squadra si impara e ci si assumono meriti e colpe, si gioisce con gli altri quando si vince, e ci si infuria con se stessi quando si perde.

E la Princi è cresciuta ed ha imparato tanto su quel linoleum scolorito. Ringraziando tutti i compagni che sono cresciuti con lei.

Ma adesso arriviamo ad un bivio: maschi-femmine.

L’inizio un anno fa, con un allenamento alla settimana insieme alle sue coetanee della femminile di Prato.

Poi dei tornei, minicampionati.

Ed il coach che ci crede: bimbe, se volete si può fare.

Le bimbe vogliono, eccome se vogliono. Il quintetto Campigiano vuol dire molto per la formazione della squadra femminile che sarà: U13, suona bene.

Ma l’impegno richiesto è maggiore, ed esclusivo: sarebbe impossibile continuare a giocare in due squadre, in due campionati…ed il minibasket prevede la possibilità di giocare misti ancora per un anno, e poi?

Quindi abbiamo deciso di percorrere l’unica via che ci consente di progettare qualcosa di più di una sola stagione…e dal prossimo anno, la Princi giocherà solo con la squadra delle bimbe.

Le mancano già le sfide “maschi contro femmine”, e urlarsi scemenze attraverso il muro degli spogliatoi, e mettersi alla prova contro ometti che per natura sono già più forti di lei, ma ai quali si è divertita tanto a dare del filo da torcere.

Ma crescere è anche questo, dover fare delle scelte.

Ci mancherete tutti, miniatleti e genitori, ma se ci cercherete ci troverete fra gli spettatori, io sarò ancora quella che fischia.

Un pezzo di cuore resta giallo-blù.

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