Dell’amore puro, ovvero il Bambino che ama la Princi e la Luna.

C’è un bambino che sarà un Grand’Uomo.

E’ il fratello minore di un’amica della Princi, ha tre-quattro anni.

Lo abbiamo visto pupo nel passeggino, i dentini spuntare, perdere la camminata goffa da pannolino, farsi un ometto.

Timido e taciturno con gli estranei, sgancia risate contagiose quando entra in confidenza.

E’ un hacker in erba, spippola sullo smartphone della sua mamma come un ingegnere informatico, gioca a flipper like a boss, ha una passione per la musica, e si lascia travolgere da Ettore senza fare una piega.

Adora la Princi: si lascia spupazzare, prendere in braccio, sbaciucchiare (anche se dopo si strofina la guancia per pulirsi), e fa il buffone per intrattenerla. Un vero Gentleman, come non se ne incontrano più.

La famosa “speranza nelle generazioni future” incarnata in un mini teppista dalle guance morbide.

Ci raccontano i suoi, che l’altra sera guardava la Luna.

“Mamma, come si fa per andare sulla Luna?”

“Eh, bisogna studiare tanto tanto”

“Va bene, studierò per andare sulla Luna”

“….”

“E poi quando ci vado, vi porto con me. Ma quando la Luna è a punta, non quando è tonda.”

“…porti anche noi? E poi chi vuoi portare?”

“…porto voi…e la Princi, anche.”

Quando fra trent’anni sentiremo parlare dell’astronauta italiano che ama la Luna, saprete chi è.

Io ho già iniziato a tifare.

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Addestramento cani rigorosamente in tedesco.

C’era questa usanza, qualche tempo fa, di addestrare i cani con comandi in tedesco.

“SITZ!” “PLATZ!” “KOMM!” “FUSS!”.

Non ho mai capito se fosse perché le razze più diffuse erano il dobermann ed il pastore tedesco, e quindi si parlava nella loro lingua (!?!!?) o perché il tedesco fa questo effettaccio di imposizione perentoria e si sperava quindi che il cane si arrendesse al volere superiore del “padrone” così deciso e kapò.

E ovviamente, a parte i convintissimi e ultras del metodo “auf deutsch”, in realtà nella gente comune, passato il primo momento di curiosità, il metodo ringhiato in tedesco faceva un po’ ridere.

Ammettiamolo: leggendo il secondo rigo scritto in tedesco, si cambia espressione, si raddrizza la schiena e ci si atteggia a soldati.

Poi si ride di noi stessi.

E io sono di quelli che ne ha sempre riso, soprattutto quando ero piccola e mi controllavo ancora meno di adesso.

Ricordo di avere riso con mia sorella, e con mio cugino che adesso è un educatore cinofilo, che è ben diverso dall’addestratore kapò, ed ottiene risultati che hanno del miracoloso, anche con cani che sono stati maltrattati, abbandonati e rinchiusi nei canili.

Abbiamo riso dei padroni di pastori tedeschi che lanciavano palline e urlavano “SUCH!” e poi dovevano sdraiarsi sotto le auto parcheggiate a ricercarle, perché il cane non ne aveva la minima intenzione.

MA poi arriva Ettore.

Che ci fa, non ci è, abbiamo appurato.

Ettore che fa il bullo, e poi ti ricopre di baci e saliva schiumosa.

Ettore che ha raso al suolo il giardino dell’Eden che aveva ricreato mia mamma.

Ettore che continua imperterrito a salire sul divano se ci sale la Princi, perché è chiaro che sono cuccioli della stessa età e che se lo fa lei, lo fa anche lui.

Ettore che impazzisce di gioia quando rincasiamo, anche se sono sì e no dieci minuti che non ci vediamo.

E ognuno cerca di cavarsela con metodi più o meno convenzionali, perché Ettore ti fiacca e ti toglie il lume dagli occhi, mettendo a dura prova la pazienza e la resistenza di persone, animali, piante, oggetti che incontrano il suo cammino di gioia e devastante esaltazione.

E la ZiaSara, che già ho un po’ descritto qui, ha provato a rispolverare anche il metodo tedesco.

Ma è la ZiaSara, voglio dire, col tedesco non c’entra assolutamente nulla. Non credo abbia mai nemmeno aperto un libro di grammatica tedesca. Vada per la birra, i wurstel e le Birkenstock, ma per il resto, lei e la Germania sono diametralmente opposte.

La ZiaSara che quando mangia l’insalata immancabilmente, in qualsiasi contesto, momento, e tavolo, si trova una fogliolina di insalata non fra i denti, dove sarebbe normale, ma sotto il polso, appiccicata.

Ecco quindi la ZiaSara che raddrizza la schiena, cambia voce, si atteggia a soldato, ma che dico, di più, a colonnello, ancora di più, a comandate supremo delle forze armate, aggrotta la fronte e le sopracciglia, si contrae in una smorfia e con uno sforzo mostruoso si trasforma in una temibilissima SS che col dito indice alzato a monito urla baritonale con quanto fiato ha in gola:

“….UUUUUUMLAUT!!!!!!”

…voi ce non l’avete una sorella così!

Ti lovvo fratella.

Soglia del dolore: livello PRO.

Mi ricordo di un Vecchio Generale Amico di Famiglia, che mentre panzona ero incinta della Princi, ci dette la sua benedizione, affinché potessimo gioire di una figlia femmina “ma con gli attributi”.

Non so se questa cosa mi dette più fastidio, o mi fece più sorridere.

Credo fosse preoccupato perché sapeva del desiderio spasmodico dell’Omone di avere un maschio, e che stesse cercando di indorargli la pillola.

Ecco, questo è il cappello, per spiegare se mai ce ne fosse stato bisogno,del clima in cui è cresciuta la figlia femmina dell’Omone. Un po’ come Lady Oscar.

Ma se devo dirla tutta, è una tradizione che si tramanda nella linea di sangue materna: quando ero una ragazzetta le mie amiche avevano il Sì, il Grillo, il Ciao.

Io un motorino da enduro. Passavo le giornate con mio cugino a smontare i pezzi, pulire il carburatore, spezzarmi tutte le unghie per il sugo di nulla, insomma.

Ma non divaghiamo, divago sempre.

Insomma c’è questa Princi che cresce in una casa dove la tradizione ti vuole forte come una roccia

E lei CI SGUAZZA.

Ieri pomeriggio, sale in casa dopo le scorribande con le amiche, e mi domanda alzando il mento:

“…mamma, ho qualcosa qui sotto?”

 

…ecco.

“Sì, amore, un buco!”

Lei, non se n’era nemmeno accorta.

Rischi di una vita coniugale con un gigante addestrato alle tecniche di guerriglia.

Dice “Sì. l’è grosso…ma l’è bono come i’ pane!”

FALLO ESSERE ANCHE CATTIVO.

Stanotte mi sono svegliata di soprassalto.

Per DUE buonissimi e giustificatissimi motivi.

Uno:  è che quando l’Omone si gira nel letto sposta l’asse terrestre, e con tutta probabilità causa terremoti e tsunami in Polinesia o chissà dove.

Due: è che se quando si gira nel letto lo fa d’un balzo, e per giunta piantandoti un destro in mezzo agli occhi, è facile che ti svegli di soprassalto, fra l’altro pensando di stare per morire per mano di un qualche bandito intrufolatosi nottetempo in casa tua.

Così ho rischiato di morire col cranio fracassato o d’infarto.

Lui in preda ad un sogno (spero), non si è accorto di nulla ma mi ha risposto farfugliando

 “HO VISTO QUESTA LUCE IMPROVVISA”.

Poi se ti riesce, riaddormentati, vai.

Vicini di casa 3: il karma del vecchio di merda.

Il vecchio di merda abita poche case più in là della mia.

Ci abita da sempre: io e le sue tre figlie giocavamo insieme da piccole, in quella truppa di venti della via Pal di quaggiù.

Il vecchio di merda è sempre stato una merda, anche da giovane.

Una volta mia sorella, avrà avuto sì e no sei anni, gli tolse la sigaretta di mano, per convincerlo a non fumare; la sigaretta si ruppe e lui gliela ficcò in bocca.

Una merda d’uomo, da almeno trentacinque anni a questa parte.

Così merda che le sue tre figlie prima, e l’anziana moglie poi, stanche delle gentilezze del vecchio di merda, lo hanno abbandonato, solo nella casa che fu della famiglia intera.

Lui si è barricato e barcamenato finché ha potuto, poi ha iniziato un andirivieni dagli ospedali.

Nonostante il bisogno, non ha cambiato di un grado la sua rotta: le figlie e la moglie hanno dapprima provato ad assisterlo, ma appena si rimetteva in piedi, ricominciava senza tregua a fare il vecchio di merda.

Ieri sono venuta a sapere che stava per essere dimesso per l’ennesima volta e rimandato a casa dall’ospedale.

Parlando con l’autista dell’Ambulanza che lo avrebbe trasportato a casa, ho detto a mo’ di battuta, ma non troppo:

“…non vi sprecate in gentilezze, non ne vale la pena e assolutamente non le merita…non dico di farlo cadere apposta dalle scale, ecco questo no, ma se capitasse, non sentitevi in colpa, è il karma che gli rende parte di quello che ha fatto!”.

Quando sono tornata a casa, ho visto da lontano nella via Pal l’ambulanza ed il camion rosso dei Vigili del Fuoco; ho chiesto ad un vicino cosa fosse successo e lui mi ha risposto, in bermuda e scalzo come sulla spiaggia:

“Nulla, sai il vecchio che era all’ospedale? L’hanno riportato a casa. Lui ha voluto strafare, e dopo dieci minuti era già in terrazza…ma è cascato, ha picchiato la testa e non riusciva ad alzarsi, così abbiamo chiamato il 118, e loro hanno dovuto chiamare i Vigili del Fuoco per entrare in casa…”

Il Karma ha fatto la sua parte, ma un po’ secondo me è anche merito mio che gliel’ho tirata.

Vecchio di merda, non mi dispiace nemmeno un po’.

Solidarietà fra esseri in via d’estinzione

Siamo il 2% della popolazione mondiale, sapete?

Noi pel di carota, intendo.

Con tutte le sfumature dal mogano al biondo rame, siamo una punta di spillo sul pianeta terra.

E, senza scherzi, siamo in via d’estinzione, perché il nostro è un gene recessivo.

Anche un po’ imprevedibile, salta fuori in famiglia e giù tutti a pensare chi c’era fra gli avi col capello rosso.

Nel mio caso, è stato per dispetto.

Mia madre col pancione sosteneva che “Maschio o femmina non importa. Basta che non abbia i capelli rossi perché non li sopporto!”.

DANGHETE.

Detto-fatto, ecco il primo cerino della famiglia.

Mio padre si è vantato spesso di essere così comunista che il rosso mi ha colorato la testa.

In più sono anche mancina, forse non ha tutti i torti.

E comunque, ci riconosciamo da lontano fra noi.

Senza ombra di dubbio, riusciamo a capire se la chioma è naturale o “tinta”.

Stamani io e la Princi (che per la cronaca è bionda) siamo entrate in un bar, il nostro solito è chiuso per ferie.

La ragazza dietro al bancone, espressione stanca, distante, non ha nemmeno risposto al nostro buongiorno.

Occhi bassi, ha indicato con la pinza per i dolci la brioche per capire quale stessi chiedendo.

Non ha fiatato nemmeno preparando il cappuccino, è rimasta voltata di schiena mentre le chiedevamo anche un latte tiepido per la Princi.

Poi alla cassa, chissà perché, ha alzato lo sguardo e si è illuminata.

“Lei è rossa naturale, vero? Lo so perché lo sono anch’io!”

Si è aperta in un sorriso, e ci ha raccontato metà della sua vita.

Da quando alle elementari ha subìto gli sberleffi dei compagni, di quanto ne ha sofferto, delle lentiggini, fino a quando al compimento della maggiore età, svincolata dall’autorizzazione necessaria dei genitori, è tornata a casa con una chioma corvina.

Lo aveva già fatto a suo tempo Anna dai capelli rossi, per lo stesso motivo.

Eh, sì perché le possibili reazioni dei rossi di capelli, sono due:

o il rifiuto, ed il tentativo di mascherare la vergogna che ti è toccata in sorte;

o l’orgoglio prepotente e quasi molesto.

Io ovviamente appartengo alla seconda categoria.

Credo di aver avuto il primo moto di ribellione in prima o in seconda elementare: dopo l’ennesimo sfottò, ho fatto a botte selvaggiamente con una bambina per difendere la mia testa di cerino. Ovviamente, in quanto rossa e diabolica, ho vinto, ed ho realizzato di essere l’unica rossa in classe, e che eravamo solo due in tutta la scuola. Una Rarità.

E poi via via negli anni, si impara ad affrontare anche le domande idiote, come nel film “i ragazzi della cinquantaseiesima strada”, quando Matt Dillon chiede a Diane Lane se è rossa anche “sulle sopracciglia”, intendendo chiederle di ben altre parti del corpo, e l’immagine doppia ed opposta che si ha delle donne dai capelli rossi nell’immaginario collettivo: siamo dipinte in due versioni opposte, cioè bombe sexy alla Jessica Rabbit o Rita Hayworth, tostissime alla Ribelle The Brave, o creature innocenti nate dalla spuma di mare, sognanti, bucoliche e naturalissime.

E poi fra l’altro ci manca l’anima, siamo cattive, bugiarde, puzziamo, e chi più ne ha più ne metta.

Siamo diaboliche tentatrici, o creature evanescenti?

…come dire; decidetevi.

E magari fate in fretta, fra cent’anni non esisteremo più.