ventisetteottobremillenovecentonovantacinque.

Attraverso il buio, Giovanna D’Arco,

precedeva le fiamme cavalcando:

nessuna luna per la sua corazza,

nessun uomo nella sua fumosa notte, al suo fianco…”

Io ero lì, con la mia sigaretta sempre accesa sul broncio, il giaccone grigio e grunge ed i Dr. Marten’s slacciati.

E poi c’eri tu, con la tua felpa da rugby, le tue scarpe da basket ed il tuo sguardo da eroe.

Io ti guardavo da lontano e pensavo: è l’unico che non mi guarda mai.

Ti guardavo e pensavo alla supernova che avremmo potuto mettere al mondo, e che finalmente a fianco dei tuoi due metri avrei potuto indossare scarpe coi tacchi.

Io ero lì con una catenina d’argento in vita, i miei 58 chili scarsi, spavalda e un po’ selvatica, fiduciosa nel prossimo fino a rasentare la follia.

Tu piantato e quadrato sulle gambe, braccia incrociate, impassibile e roccioso, quasi un gargoyle, reduce dal tuo posto di campione nazionale di Karate.

Partivi quando sparavano i Clash: “White riot” e pogavi selvaggio e furibondo, piazza pulita nei primi 25 secondi di canzone, un uragano fichissimo ed indecifrabile.

White riot

 I wanna riot

White riot a riot of my own

White riot

I wanna riot

White riot a riot of my own

Io ti guardavo, e per mesi ho aspettato che venissi da me, saltellando sbilenca e sbrindellata con “What I am” Edie Brickell & the new Bohemians:

I’m not aware of too many things,

but I know what I know if you know what I mean…”

Giovedì: Lion’s Garden.

Venerdì: Backdoors.

Sabato: Cencio’s.

Domenica: vediamo.

C’eri sempre.

Venerdì 20, il tuo amico più bislacco (ora babbo di Matteo) con una t-shirt sbiadita “brigaDe rosse”.

Tu: anfibi, jeans, t-shirt e bretelline.

Al secondo Angelo Azzurro della barista coi dreadlocks mi sei sembrato un Dio Alato in cerca di compagnia.

Ok, forse era il secondo Angelo Azzurro dopo la terza Josè Cuervo.

Va bene, seguirò tutta quella storia di Maometto e montagne. Farò il primo passo:

“Scusa hai da accendere?”

Ti sei girato appena guardandomi da sopra la spalla, scocciato: “nz”

“…E chi sei tu -lei disse-

divertendosi al gioco,

chi sei tu che mi parli così, senza riguardo?”

“Veramente, stai parlando col fuoco.

Ed amo la tua solitudine, amo il tuo sguardo…”

Il resto della serata ti ho guardato torva. Montagna del cacchio.

Sabato 21, la mia amica Simi (ora mamma di Valentina) convinta che “tutte le volte che passi ti guarda”.

Allora si ricorda che ieri sera gli ho chiesto da accendere. Allora gli sorrido.

Non ti ricordavi, ma a forza di sorriderti mi hai vista.

Senza parlare, abbiamo aspettato chiusura: senza parlare mi hai chiesto di ballare con te.

Mi hai sollevata da terra, in un walzer strampalato alle tre del mattino sulla pista da ballo di una rockoteca nella zona industriale.

Mi hai baciato la mano, sfiorandola appena con la punta del naso.

Ho sentito la scossa e le campane a festa, ho avuto le vertigini, la nausea, ed ho smesso di dormire e mangiare.

E dal profondo del suo cuore rovente,

lui prese Giovanna e la colpì nel segno,

e lei capì chiaramente:

che se lui era fuoco lei doveva essere legno

“Ciao sono Superman (diventerò l’Omone, ma ora sono un ragazzo di 22 anni!).”

“Ciao Superman io sono la Cla. Sei l’unico abbastanza alto da permettermi i tacchi, e che non mi guarda mai, sai? (no, della supernova da mettere al mondo per ora non gli dico nulla.) “

“Non è che non ti guardo, è che non ti avevo mai vista.”

“Ecco, appunto, peggio mi sento. Ora andiamo via, ci stanno buttando fuori, hanno anche acceso le luci.”

“Ti rivedo?”

“…qui domani sera, eh?”

Domenica 22, a parlare fitto fitto nel rimbombo di una band trash, fra l’altro anche scarsa.

Di nuovo tardissimo. Ci vediamo?

“Sì, venerdì vado al Backdoors, ci sei sempre il venerdì, Superman.”

E’ un appuntamento?

Venerdì 27.

Nella bolgia dei Carmina Burana, cercare per trovarti e sentire il tuffo al cuore.

Le tue bretelline sottili, la tua t-shirt grigia, i capelli a spazzola.

Così diverso da tutti.

La tua testa e le tue spalle sopra a tutto il resto.

Ancora oggi, a distanza di 18 anni, ti cerco così, e quando ti trovo ho lo stesso tuffo.

Tu non lo sapevi, ma ti ho sposato quel giorno.

E se tu sei il fuoco, raffreddati un poco:

le tue mani ora avranno da tenere qualcosa

e tacendo gli si arrampicò dentro,

ad offrirgli il suo modo migliore di essere sposa

Ci siamo presi, conosciuti, smussati gli angoli a vicenda.

Abbiamo trovato compromessi senza chiederli, accettato visioni del mondo diametralmente opposte, intavolato discussioni con punti di partenza lontani anni luce, per incontrarci a metà strada dove nascono le Supernovae.

 Omone, buon anniversario…sei quel venerdì che mi mancava.

Stralove you, C.

Tranquillo, ci penso io.

Lunedì: maledetto, solito, precisino come sempre, arriva puntuale se non in anticipo, come tutti quelli che mi stanno sulle scatole.

Lunedì, mentre lascio la Princi davanti al cancello di scuola, sento il gocciolio della notifica della messaggistica del telefono.

“Ciao, puoi passare oggi pomeriggio a prendere Bambi ed accompagnarla a basket insieme alla Princi? Grazie, il babbo di Bambi”.

Bambi è la sorella del bambino che ama la Princi e la Luna, ed è una cerbiatta. Occhioni e ciglia, caschetto nero e lentiggini, timida all’inverosimile, taciturna e leale, piuttosto che mancare un passaggio o lasciarti sola al tuo destino è capace di trasformarsi in una bestiola zigzagante a braccio alzato, che corre in tuo soccorso, incurante della stazza delle avversarie, che di solito doppiano abbondantemente quelle come lei e la Princi.

Spesso ci organizziamo fra genitori per i passaggi in macchina agli allenamenti: il lunedì io sono la più libera, e volentieri passo a prendere la Facundina, e Bambi quando è dalla nonna.

Lunedì precisino, un sacco di cose da fare, mettersi in pari con quello che è rimasto a metà dal venerdì, al lavoro, telefonate, cose che tutti facciamo e che fanno del lunedì il giorno più odiato da tutti tranne che dai parrucchieri.

“Tranquillo, ci penso io, passo a prenderla dalla nonna.”

Poi proseguo nel lunedì: la Princi esce da scuola, pranzo con l’imbuto, rientro a lavoro, compiti, acciuffare il borsone da basket, e via.

Nel frattempo, regina del multitasking, mi procuro non so come un mal di testa lancinante.

“Princi chiama la Facundina, dille che si prepari un po’ prima, passiamo a prendere anche Bambi”

“Ok, la chiamo mentre andiamo verso casa sua.”

“…Pronto Facundina? Preparati veloce stiamo venendo un po’ prima, passiamo a prendere anche Bambi…”

Davanti a casa della Facundina ci chiama Bambi:

“Princi dove siete? Fra quanto arrivate?”

“Siamo dalla Facundina, il tempo di passare dalla strada di dietro per arrivare da tua nonna, un quarto d’ora e siamo da te.”

Guido con la pioggia, mal di testa martellante dietro un’orbita oculare, potrei togliermi l’occhio se facesse diminuire la sensazione della testa che scoppia.

Tre curve, due rotonde, un paio di incroci, una circonvallazione.

Eccoci alla palestra.

Ho dimenticato Bambi.

Terrore cieco.

“Bambine! Vestitevi in macchina mentre andiamo a recuperare Bambi, presto!”

Risate convulse delle due delinquenti che si erano ben guardate dal farmi notare che non stavamo andando a casa della nonna di Bambi.

Guida nella pioggia con la twingo del ’98 trasformata a metano, gimkana folle e rischio a livelli Fukushima, piede a mattone sul pedale (che vuol dire 50/h, oh, twingo a metano del 98 in 3!), scarto fra i TIR della zona industriale, Princi che scende in corsa davanti casa della nonna di Bambi, inversione in derapata da straccio patente, Bambi che si aggiunge alle due delinquenti di cui sopra, ma con molta più classe, sorride incredula al racconto, senza sghignazzare come le due jene.

Riparto per il percorso inverso, stesso tempo record.

Arriviamo alla palestra in tempo, non so come, con le tre che scendono e finiscono di prepararsi negli spogliatoi, per l’allenamento.

Io, che scendo di macchina sudata e stravolta, il mio allenamento l’ho appena finito.

…Frida Kahlo???

Le conversazioni surreali con la Princi bambina lasciano spazio sempre più frequentemente ad osservazioni e puntualizzazioni da signorina.

Ieri in macchina mentre tornavamo dall’allenamento di basket, mi ha confessato che quasi tutte le sue compagne di classe hanno il “ragazzo”, e che tutte hanno espresso perplessità e stupore alla notizia che lei, invece, non ce l’ha.

Argomento della conversazione che ne è scaturita è stata la questione “maschi”.

“…mamma scusa, eh, ma…ma cosa se ne fanno del ragazzo?”

“GULP! Effettivamente, non saprei…”

“…mamma, via! Ma come faccio a trovare uno che mia piace? Intanto, deve essere MINIMO intelligente e bravo a scuola, e più alto di me…”

“Brava, fondamentale.”

“…poi, CICCIO, devi essere più bravo di me a Basket, sennò non ti guardo nemmeno!”

“..eh sì, è importante avere degli interessi in comune…”

“…e poi mamma, oh! Come mi hai sempre detto, noi Donne Spartane abbiamo bisogno di avere con noi uomini che siano più maschi di noi…”

“Giusto, brava Princi.”

“Via mamma, ma posso essere interessata a uno che si fa le sopracciglia???”

“…ehhh..no, direi di no.”

“…non me le faccio nemmeno io…anzi mamma, forse dovrei…Guarda qui, sembro Frida Kahlo.”

Io ho guardato quei due invisibili peletti biondi fra un’ala di gabbiano e l’altra ed ho accettato la richiesta vezzosa.

Quindi stasera, manicure e sopracciglia fra ragazze.

Noi Donne Spartane dopo tutto, abbiamo anche una classe ed una reputazione da mantenere.