Tranquillo, ci penso io.

Lunedì: maledetto, solito, precisino come sempre, arriva puntuale se non in anticipo, come tutti quelli che mi stanno sulle scatole.

Lunedì, mentre lascio la Princi davanti al cancello di scuola, sento il gocciolio della notifica della messaggistica del telefono.

“Ciao, puoi passare oggi pomeriggio a prendere Bambi ed accompagnarla a basket insieme alla Princi? Grazie, il babbo di Bambi”.

Bambi è la sorella del bambino che ama la Princi e la Luna, ed è una cerbiatta. Occhioni e ciglia, caschetto nero e lentiggini, timida all’inverosimile, taciturna e leale, piuttosto che mancare un passaggio o lasciarti sola al tuo destino è capace di trasformarsi in una bestiola zigzagante a braccio alzato, che corre in tuo soccorso, incurante della stazza delle avversarie, che di solito doppiano abbondantemente quelle come lei e la Princi.

Spesso ci organizziamo fra genitori per i passaggi in macchina agli allenamenti: il lunedì io sono la più libera, e volentieri passo a prendere la Facundina, e Bambi quando è dalla nonna.

Lunedì precisino, un sacco di cose da fare, mettersi in pari con quello che è rimasto a metà dal venerdì, al lavoro, telefonate, cose che tutti facciamo e che fanno del lunedì il giorno più odiato da tutti tranne che dai parrucchieri.

“Tranquillo, ci penso io, passo a prenderla dalla nonna.”

Poi proseguo nel lunedì: la Princi esce da scuola, pranzo con l’imbuto, rientro a lavoro, compiti, acciuffare il borsone da basket, e via.

Nel frattempo, regina del multitasking, mi procuro non so come un mal di testa lancinante.

“Princi chiama la Facundina, dille che si prepari un po’ prima, passiamo a prendere anche Bambi”

“Ok, la chiamo mentre andiamo verso casa sua.”

“…Pronto Facundina? Preparati veloce stiamo venendo un po’ prima, passiamo a prendere anche Bambi…”

Davanti a casa della Facundina ci chiama Bambi:

“Princi dove siete? Fra quanto arrivate?”

“Siamo dalla Facundina, il tempo di passare dalla strada di dietro per arrivare da tua nonna, un quarto d’ora e siamo da te.”

Guido con la pioggia, mal di testa martellante dietro un’orbita oculare, potrei togliermi l’occhio se facesse diminuire la sensazione della testa che scoppia.

Tre curve, due rotonde, un paio di incroci, una circonvallazione.

Eccoci alla palestra.

Ho dimenticato Bambi.

Terrore cieco.

“Bambine! Vestitevi in macchina mentre andiamo a recuperare Bambi, presto!”

Risate convulse delle due delinquenti che si erano ben guardate dal farmi notare che non stavamo andando a casa della nonna di Bambi.

Guida nella pioggia con la twingo del ’98 trasformata a metano, gimkana folle e rischio a livelli Fukushima, piede a mattone sul pedale (che vuol dire 50/h, oh, twingo a metano del 98 in 3!), scarto fra i TIR della zona industriale, Princi che scende in corsa davanti casa della nonna di Bambi, inversione in derapata da straccio patente, Bambi che si aggiunge alle due delinquenti di cui sopra, ma con molta più classe, sorride incredula al racconto, senza sghignazzare come le due jene.

Riparto per il percorso inverso, stesso tempo record.

Arriviamo alla palestra in tempo, non so come, con le tre che scendono e finiscono di prepararsi negli spogliatoi, per l’allenamento.

Io, che scendo di macchina sudata e stravolta, il mio allenamento l’ho appena finito.

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