Mantra della cestista

Io voglio la palla.

La voglio più di te che mi marchi stretto come un paio di slip di due taglie più piccoli, e che per farlo picchi come un fabbro dell’età del ferro.

Io voglio la palla più di te, delle tue compagne di squadra, di tutto il palazzetto.

Non permetterò a nessuno dei summenzionati di toccare la palla.

Malvolentieri la lancerò all’arbitro in caso di rimessa o palla contesa o tiri liberi, o -poche- altre rarissime eccezioni, in quanto le uniche persone alle quali lascerò la palla, sono le mie compagne di squadra.

Io voglio la palla e voglio portarla a canestro.

Per fare ciò mi alleno tutti i santissimi giorni, e sudo, e mi spello i piedi, mi tuffo sulle vaganti, mi aggrappo alle contese, metto a rischio il mio naso, le mie dita, la mie caviglie tutti i santissimi giorni.

Se non l’avessi capito, la palla è mia. Mi appartiene di diritto.

Io voglio la palla e voglio portarla a canestro, per me e per le mie compagne di squadra.

Se sei incaricata di marcarmi, beh, peggio per te.

Se credi che ti lascerò passare, beh, ti sbagli.

Se pensi di usare la forza, io userò la velocità. Se credi di essere veloce, spero ti piaccia seguire la mia scia.

Se credi di essere una campionessa, beh, noi siamo una squadra.

Se sarai un’avversaria nobile, noi saremo altrettanto; ma se giocherai scorretto, noi non saremo da meno e diverrai il nemico.

 
Io voglio la palla e l’avrò, voglio portarla a canestro e lo farò.
Ed ora che l’hai capito: try to catch me.

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Ci incontreremo ancora…

La prima volta che la Princi prese in mano una palla da basket era il 2010, con la Scuola Basket Campi, squadra mista di bimbi e bimbe.

Pare passato un secolo da quanto è cresciuta.

Entrammo in palestra, per il primissimo allenamento di prova: la Princi aveva addosso una timidezza che le stroncava la voce in gola, un paio di pantaloncini ed una t-shirt.

Il coach frugò nel cesto, prestigiatore in tuta gialloblù e ne tirò fuori una canotta ed un paio di pantaloncioni bracaloni.

Li annusò, e dondolò la testa come per dire “non sono pulitissimi ma possono andare” e li lanciò ad una Princi impalata.

“vai a cambiarti, sbrigati che si comincia”.

Fu amore al primo palleggio, colpo di fulmine totale, matto e disperatissimo.

Tirò fuori il carattere e l’agonismo che la Princi già aveva ma disperdeva senza possibilità di incanalarlo in una direzione, senza la fisicità propria e peculiare di questo meraviglioso sport.

Come disse l’Omone “…se non ci piace il contatto, la botta, la spinta, la forza fisica da usare contro, si va a giocare ad uno sport dove la rete è in mezzo e ci divide dall’avversario…”

E la Princi provò, e ci pensò su. Pianse un paio di lacrimine di rabbia, e capì che piangere non le piaceva: ma anche che il rumore del palleggio, il cesto che accoglie la palla, la gioia vibrante del coast-to-coast, il terzo tempo che diventa un automatismo perfetto…valevano la pena.

Decise che non avrebbe pianto, per uno scontro o per una scorrettezza, ma che si sarebbe impegnata di più. Che avrebbe passato la palla al compagno libero avanti a lei, che avrebbe lottato per ogni palla vagante e se la sarebbe incastonata fra le braccia finchè l’avversario avrebbe ceduto, sfinito, sfibrato ed irritato da una bambina biondina.

Imparò a riconoscere ed apprezzare le caratteristiche dei compagni: la precisione di Diego sulla sua mattonella, il palleggio perfetto, morbido, elegante di Damiano slowhand, la rapidità da vespa di Vieri, la visione di gioco e l’atletismo di Matteo, un anno più piccolo ma grandissimo, la cavalcata al galoppo della Bibi, il polso magico di Alessia, la certezza matematica che la Cate si smarca ed arriva ad aiutarti, la foga e la veemenza di MatildeRoncaglia, e i contributi necessari alla crescita portati da tutti.

Ed arrivarono gioie e dolori. L’esultanza per le vittorie, la delusione per le sconfitte. Come è giusto che sia. Quando spendi tutto il tuo fiato, perseveri, insisti, riprovi, quando dai il 100%, e ne esci sconfitta, è naturale provare delusione.

Chi non esce deluso da una sconfitta, non ha appreso il valore della sconfitta stessa.

L’amaro che vuoi sciacquarti dalla bocca, col prossimo allenamento, cercando di fare meglio, di migliorare il passaggio, che se avessi lanciato la palla più forte, forse la partita sarebbe andata diversamente…alzare la percentuale di tiro, se le avessi messe dentro tutte, la partita sarebbe andata diversamente…chiudere meglio in difesa, se avessi interferito in ogni tiro avversario, la partita sarebbe andata diversamente…in una squadra si impara e ci si assumono meriti e colpe, si gioisce con gli altri quando si vince, e ci si infuria con se stessi quando si perde.

E la Princi è cresciuta ed ha imparato tanto su quel linoleum scolorito. Ringraziando tutti i compagni che sono cresciuti con lei.

Ma adesso arriviamo ad un bivio: maschi-femmine.

L’inizio un anno fa, con un allenamento alla settimana insieme alle sue coetanee della femminile di Prato.

Poi dei tornei, minicampionati.

Ed il coach che ci crede: bimbe, se volete si può fare.

Le bimbe vogliono, eccome se vogliono. Il quintetto Campigiano vuol dire molto per la formazione della squadra femminile che sarà: U13, suona bene.

Ma l’impegno richiesto è maggiore, ed esclusivo: sarebbe impossibile continuare a giocare in due squadre, in due campionati…ed il minibasket prevede la possibilità di giocare misti ancora per un anno, e poi?

Quindi abbiamo deciso di percorrere l’unica via che ci consente di progettare qualcosa di più di una sola stagione…e dal prossimo anno, la Princi giocherà solo con la squadra delle bimbe.

Le mancano già le sfide “maschi contro femmine”, e urlarsi scemenze attraverso il muro degli spogliatoi, e mettersi alla prova contro ometti che per natura sono già più forti di lei, ma ai quali si è divertita tanto a dare del filo da torcere.

Ma crescere è anche questo, dover fare delle scelte.

Ci mancherete tutti, miniatleti e genitori, ma se ci cercherete ci troverete fra gli spettatori, io sarò ancora quella che fischia.

Un pezzo di cuore resta giallo-blù.

Le amiche della Princi: La Facundina.

La Princi è selettiva in tutto quello che fa: figuriamoci nello scegliersi le amicizie.

Stasera festeggerà il compleanno di una di loro, che ha conosciuto a scuola ed ha trascinato,  traviato ed iniziato al basket: noi la chiamiamo “la Facundina”, per le sue caratteristiche di gioco, simili a quelle del giocatore Viola Facundo Roncaglia.
Copio da Wikipedia “Facundo Roncaglia: paragonato a Passarella per la grande grinta, (…) le sue armi migliori sono la potenza nei contrasti e la reattività nel gioco aereo” che più o meno vuol dire “Io mi butto perché voglio la palla, la voglio più di te, e può darsi che ti venga addosso e ti faccia male. Se poi prendo la palla invece che te…pazienza!”….no, non intendevo dire il contrario.

La Princi aveva un impegno e quindi ci siamo perse la partita stasera, per la prima ed unica volta nell’anno: ci raccontano che la Facundina ha segnato il canestro della vittoria, sulla sirena, ed io avrei voluto essere lì per fischiare alla pecoraia, come piace tanto alle nostre cestiste in erba, con quattro dita in bocca ed esultare, perché le amiche della Princi sono ragazze in gamba, vere e proprie “mighty girls”, ed ogni loro piccolo successo è un mattoncino nella loro crescita.

La Facundina, che è una vera dura, sotto la scorza nasconde un cuore di panna: per il compleanno della Princi le ha regalato un sasso dipinto a mano, su cui ha scritto i loro nomi ed il simbolo dell’infinito, come a dire “saremo amiche per sempre”: è così bello vedere che questi sentimenti ci sono ancora, anche in questi bambini moderni, simil-cyborg.

Quindi la Princi ricambierà con qualcosa fatto a mano, da lei

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…abbiamo usato un’arancia come cavia, pensando: è arancione e a spicchi, no?

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…ma abbiamo fatto una scoperta che ci ha portato a questa conclusione:

il prossimo che chiama la palla da basket “palla a spicchi”, lo picchio.

Anzi lo faccio picchiare dalla Facundina.

Sulla palla ci sono due circonferenze perpendicolari che si intersecano con una linea continua, che parte da una delle croci e forma una specie di otto fino all’altra. Sì è un casino. Non si capisce nulla, vero?  Figuriamoci a ridisegnare tutto su due palline di un centimetrino di raggio!

Comunque, con la pazienza messa a dura prova ed un piccolo aiuto della mamma, la Princi ha fatto questo:

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 ben sapendo che l’amica apprezza questo genere di cose: preziose, anche se non di valore.

Ecco qua: orecchini in fimo, “I love this game”.

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La Facundina apprezzerà?

Forte come una roccia…e delicata come un fiore che sboccia.

Capita, che se hai in corpo l’energia di una puledra e non la spendi, ti si intasino i pori a furia di spruzzarla fuori.

La puledrina è -guarda caso- la Princi.

Il campo da basket serve allo scopo: la sua grazia e la sua leggerezza, tanto cari alla sua mamma ed alla sua insegnante di danza, si trasformano in velocità e ringhio. Entra in campo, e di solito il coach della squadra avversaria, se ancora non la conosce, le assegna come marcatore il più esile dicendo “tu prendi la bimba biondina, ok?”. I maschietti sbuffano, come per dire “sono venuto mica a giocare con le bambole”, le femmine si tranquillizzano.

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…ma la figura della Princi è ingannevole. Parecchio…

Esile, eterea, una Sylphide in piena regola, piccoletta rispetto alle stazze che si incontrano nelle squadre di mini basket. Ma è una furia cieca. Regge ritmi da ippodromo, sventolando la sua coda di cavallo, incassa falli da ring di Valetudo, inarcando il sopracciglio sinistro, come per dire “occhio che questo te lo rendo”. Si tuffa sulle palle vaganti e se le incastona fra le braccia, guadagnandosi sul campo l’epiteto di “regina delle palle contese”.

Ovviamente si accompagna a fiorellini della stessa risma: è accaduto così, non a caso, che per tre di loro, in questo fine settimana sia arrivata la convocazione per un torneo regionale…IN SOCCORSO DEI MASCHI!

Lo “squadrone” pratese maschile, normalmente molto valido e numeroso, è stato decimato dagli infortuni, dalle gite scolastiche e chi più ne ha più ne metta, anzi ne tolga: il coach, che allena anche la compagine femminile, ha quindi schierato in formazione coi giovanotti baldanzosi rimasti, TRE signorine che hanno dato del filo da torcere a chi se le è trovate davanti:

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la Princi, con l’amica del cuore Bibi, e l’infallibile K.

Nell’intero schieramento del torneo che contava sei squadre, e quindi circa 70 partecipanti, solo QUATTRO bimbe: tre erano le nostre.

La prima reazione di scoramento dei giovanotti, si è trasformata in speranza, dopo il primo tempino in cui si è azzerata la differenza fra maschi e femmine: le nostre si sono dimostrate implacabili, agguerrite ed efficaci…

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…e la diffidenza iniziale…

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…si è dissolta, lasciando spazio allo spirito di squadra conquistato sul campo…

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…il braccio teso della Princi parla chiaro: tu moretto, stai dietro! che qui davanti non si scherza…difesa a uomo: di qui non passi!

La partita ci ha coinvolti parecchio: un buon ritmo che ci ha visti prevalere sui pari età del Colle val d’Elsa

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…con un arbitraggio un po’ alla bell’e meglio, parecchio folkloristico ma poco equo: addirittura, a 7 secondi dalla fine, abbiamo subìto un fischiaccio ed un FALLO TECNICO ALLA PANCHINA (?!!?!?!!)

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…che sinceramente abbiamo fatto fatica a capire…

 Mai sentito qualcosa di simile in categoria aquilotti. Ma tant’è: bisogna imparare a rispettare il giudizio degli arbitri…anche se sono bambini di poco più grandi dei giocatori.

Comunque sia, le bimbe hanno dato il loro contributo, difendendo come saracinesche, chihuahua da guardia infallibili, e segnando dieci punti dei quarantatré finali, che hanno consentito di battere gli avversari…

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…e classificarsi terzi, portando a casa medaglia e trofeo!

Le tre piccole belve, oltre alla medaglia, hanno ottenuto un importante insegnamento per la vita di tutti i giorni: la consapevolezza che non c’è bisogno di quote rosa, ma di “donne” che si prendano ciò che vogliono, e che con l’impegno e la volontà i risultati non si fanno attendere…anche in un mondo fatto di tornei maschili.

GIRL POWER!

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…e cento ne fa.

La colonna sonora potrebbe essere “il volo del calabrone“.

Perchè a me capita spesso di aver messo in ponte così tante cose, che poi gestirle tutte diventa un turbine.

Ad esempio, in questo fine settimana si sono concentrati un pigiama party per la Princi, un triathlon medio fuori città per l’Omone, una torta da preparare per la festa della squadra di minibasket, due partite ed un furto in casa.

Ovviamente il furto in casa non l’avevo messo in ponte, ma tutto sommato è andata di lusso, hanno arraffato il cellulare nuovo del NonnoSergio e se ne sono andati, forse grazie alla ZiaSara che si è alzata per andare in bagno. E hanno lasciato un ombrello piantato in una fioriera, artistici.

Comunque, se gli arrivano anche solo un decimo degli accidenti che gli sto tirando (e arrivano, eccome se arrivano!) non se la passano parecchio bene.

Le due partite sono andate come preventivato: sabato mattina abbiamo perso in casa con la squadra mista, con una Princi imbestialita e ben carica per la seconda partita, giocata fuori casa sabato pomeriggio con la squadra femminile, dove abbiamo vinto e sfogato la rogna accumulata.

Nel frattempo l’Omone viaggiava verso Ferrara, dove sotto una pioggia ininterrotta ha superato la prima prova della stagione, nonostante un acciacco ad una coscia e l’allergia primaverile a quei miliardi di pollini che non gli dà tregua.

Ma lui è l’Omone, corre e va, sulla terra, corre e va, fra le stelle, tuuuuu che puoi diventare Jeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeg!

Quindi, mentre ignoti si introducevano in casa dei nonni, l’Omone guidava verso la pioggia, io e la Princi partivamo con la torta sottobraccio, e la tuta gialloblù addosso.

Come, “quale torta?”!

QUESTA!

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Una Squadra è una Squadra.

Se si festeggia, si dà un contributo. Se si vince, si dà un contributo. Se si perde, ci si inca##a come scimmie, soprattutto se si dà un contributo.

Nello specifico, per questo contributo abbiamo iniziato giovedì, preparando la pasta di zucchero:

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…morbidina! Quanto mi piace impastare! Torno bambina!

E oltre alla pasta di zucchero, abbiamo preparato una “cupola” per dare la forma di pallone…l’abbiamo fatta con l’impasto per il “salame dolce”: ricetta originale da “la vera cucina Fiorentina”, e scusate se è poco…;)

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Per dare la forma della cupola, foderate di carta d’alluminio due ciotole (sia dentro che fuori) , una un po’ più piccola dell’altra, e mettete l’impasto in quella più grande

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Schiacciatelo bene fino quasi ai bordi, assottigliandolo

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A questo punto inserite la ciotola più piccola nella più grande, per schiacciare bene e dare forma concava…

(architettura alimentare??)

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E mettete in freezer per almeno una notte.

Nel frattempo (sì, la notte mentre la cupola si raffredda in freezer!) bisogna pensare a come riempire la cupola.

Quindi si va di mantovana: una base rotonda (misura approssimativa della cupola) e poi io ho usato uno stampo da budinone,

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un po’ altino e con i bordi ondulati, perchè nelle parti “rientranti” si può riempire di farcia.

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Tagliando via la base, che viene sempre un po’ gonfietta, abbiamo anche la stondatura adatta a riempire la sommità della cupola.

FARCIREEEE!

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Panna montata a volontà. Se “strabuzza” va benissimo, farcirà gli spazi tra la mantovana e la cupola…

A questo punto, passata  ‘a’nuttata, togliere le ciotole dal freezer, e separarle delicatamente.

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così…

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“Spellare” via l’alluminio appicciato all’impasto…

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…Et voilà, la cupola è pronta:

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Va semplicemente appoggiata sulla torta multistrato.

Coprire con una farcia densa ed appiccicosa…ma cosa c’è di meglio della Nutella?

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Io uso uno di questi vassoi girevoli, il coltello sta fermo, e  la base gira come un tornio, facilissimo anche per le pasticcione.

A questo punto, colorata la pasta di zucchero di arancio, con i coloranti alimentari (ho mischiato rosso e giallo, forse l’arancio poteva venire un po’ più acceso, ma non avevo visto che l’avevo finito!), iniziamo a stenderla: su un tappetino di silicone liscio, spolverato di zucchero a velo.

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Invece del mattarello che si attacca all’impasto, uso un rotolo di pellicola trasparente, di quelli più grossi, industriali: quando ho finito di stendere la pasta tolgo la parte di pellicola sporca e siamo a posto.

Fatto! Non resta che stendere il disco di pasta sulla torta, farlo aderire pianino per evitare pieghe, e tagliare la parte in eccesso.

Poi, sempre col colorante alimentare e pennellino, tracciare le linee tipiche della palla a spicchi che tanto adoriamo a Villa Villacolle.

Il risultato non differisce tanto dall’originale a cui ci siamo ispirate:

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Come si dice tra appassionati: “I LOVE THIS GAME!”

Ah, naturalmente c’era anche da prepararsi per il pigiama party a casa di Caterina, una compagna di basket della Princi.

Poi la gente si domanda come mai sono sempre così acida ed indisponente. Perchè non ho tempo per i convenevoli. E no, non mi drogo. A meno che non si consideri drogarsi aspirare dal naso quantità improbabili di zucchero a velo, perchè quello capita, quando si lavora la pasta di zucchero.

Comunque, per il pigiama party ce la siamo cavate con una manicure “candy style”, in tinta col pigiamino nuovo:

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Indovinate di che colori è il pigiama nuovo?

Per la cronaca, la torta è piaciuta, il telefono non è stato ritrovato, il pigiama party è stato un successone, e l’Omone ha finito la gara nel tempo che si era prefissato.

Io ho trovato anche il tempo per cenare fuori e fare un giro in centro a Firenze, con mia sorella, di sera, con le mie scarpe polka dot da Minnie.

Telefono a parte, che bel fine settimana!

…MORRO’ PECORA NERA.

Sono la pecora nera della famiglia, atleticamente parlando.

L’omone non è solo un atleta, è un triatleta: nuota, corre, pedala ed ha un fisico bestiale.

Non sente dolore, nè stanchezza, niente freddo o caldo o noia: lui, semplicemente, VA.

Macina distanze che mi metterebbero ansia solo a farle in macchina. Torna dalla piscina fresco come una rosa dopo avere fatto tipo 5000 metri; non parliamo della bicicletta: se scoppiasse un incendio in casa sarebbe la prima cosa a cui penserebbe. Of course, la bicicletta (anzi le biciclette) stanno in casa. E poi corre alla maniera di  Forrest Gump. Per fermarlo deve essere sedato, da lontano, per esempio con una cerbottana e le freccette da rinoceronte.

La Princi invece, è una acrobata interdisciplinare. non saprei come definirla…

Pratica danza classica, da quest’anno è sulle punte, leggera, elegante, precisa.

E gioca a minibasket: nella squadra mista (maschi e femmine) di Campi ed in quella femminile di Prato. Rapida, accanita, un po’ selvatica. Soffre spesso di trance agonistica: non si accorge di sanguinare dal naso, di essere paonazza in volto, di ringhiare alle avversarie.

Poi esce dal campo e si ricompone, e torna ad essere la Princi: un po’ Sylphide, un po’ Arpia.

E poi ci sono io.

Più pigro di me in casa c’è solo il cane, e lo zerbino davanti alla porta.

Io proprio non sono capace. Ad esempio non ho solo paura dell’acqua: sono davvero ridicola. Ho uno stile mattone inimitabile: mi butti in acqua (non è un refuso, se non mi butta qualcuno, io non ci penso nemmeno) e vado giù in picchiata.

Con me non funziona nemmeno Archimede. Un corpo immerso nell’acqua, quando è il mio, affoga.

In bici a malapena me la cavo: la prima volta che ho agganciato il perno della scarpina sul pedale va da sè che non sono riuscita a sganciarlo in tempo e sono rovinata a terra, strada sterrata, bianca di sassolini. Una punizione divina per qualcosa che ho commesso altrove, in un tempo remoto, in un’altra vita.

Ma adesso basta! Mi sono detta. Compio quarant’anni, tutto cambierà!

Sai cosa? Omone, portami con te a correre.

Un delirio. QUARANTA MINUTI per fare quattro chilometri. Peggio di me solo Homer Simpson, e lo zerbino davanti alla porta.

Almeno, ingrati familiari che mi ritrovo, apprezzate lo sforzo.
Prima di dire “non ce la faccio più” ho aspettato di avere 206 battiti, non è uno scherzo. E’ mortale.

Invece loro due si alleano, e questa è la conversazione amabile di ieri sera a cena. SERPI.

“Sai Omone, oggi ho visto tizio, mi ha detto che ha ricominciato ad allenarsi dopo l’infortunio, ed era un po’ avvilito perchè ci ha messo più di un’ora per fare sei chilometri”

“SIE, icchè fa, va peggio di te?”

“…grazie, trovo molto confortante che tu mi utilizzi come termine di paragone negativo….”

“…no, ma, icchè c’entra…”

Interviene la piccola iena “…babbo, e io, quando siamo andati a corsa da casa all’ufficio della mamma e ritorno, quanto ci ho messo?”

…”no, vabbeh, Princi, ma te vai per forza meglio della mamma, sei allenata!”

“Se avete finito di prendermi per il culo, direi che io sono a posto”

“….”

“….”

Attimi di silenzio. Stanno addirittura per scoppiare a ridere, i due infamoni. Devo ASSOLUTAMENTE riguadagnare la mia posizione di membro indispensabile della famiglia. MOSTRI.

“…AH, SIIII?? SAPETE COSA? IO ORA VI LASCIO QUI E VADO VIA DI CASA! SCAPPO!”

La iena guarda l’Omone. Si mette le mani sui fianchi, sembra una scena di una sit com americana. CHE ODIO. Lo so che ora dice qualcosa. Ha imparato da me. Che orgoglio. Che rabbia! Infatti, carica. Prende la mira, inarcando il sopracciglio. E spara:

“…sì mamma, ok, scappi di casa. Magari a corsa, eh?”

ONE SHOT, ONE KILL.

Risate incontenibili dei  miei due (ex)familiari.

Mi ritiro a leccarmi le ferite.

Sgrunt.

Credo che non vi laverò più i panni.

Vi allenerete coi calzini sporchi, cari miei.