A mia Figlia: non solo l’otto marzo.

Io sono felice ogni 8 marzo. Anche se mi infurio ogni giorno per cento motivi di denigrazione, mercificazione, sottovalutazione, sfruttamento, discriminazione, violenza, sopruso, abuso…sono felice ogni 8 marzo, perchè sono orgogliosa della forza, della dolcezza, della determinazione, della sorellanza, della caparbietà, dei sacrifici di ogni donna che si alza stamani e fa migliore il mondo.

Per mia figlia e per tutte le donne del mondo.

Potevamo stupirvi con effetti speciali, tipo la serendipità, o l’invalidità.

Vi stupirò con questa dichiarazione lapidaria ed assolutamente fuori luogo: mi sono iscritta in palestra, vado a fare pilates e posturale.

Detto così pare anche una cosa fighina e snob, in realtà facciamo gli esercizi geriatrici di Jane Fonda, e mi vengono dei crampi alle dita dei piedi che ogni volta mi fanno pensare:

“questo dito vuole andarsene da questa stanza, penso che lo seguirò”.

La cosa più buffa di tutta questa storia è che le ultime disposizioni del MINCCI (Ministero delle Complicazioni Costose ed Inutili) impongono alla palestra di richiedermi il certificato medico di idoneità, anche per un’attività a basso impatto come questa. Dev’essere per tutta questa gente che improvvisamente si accascia a terra senza preavviso: “col cavolo che ti faccio fare gli esercizi geriatrici di Jane Fonda, così se tu mi muori su due piedi poi quelli vengono a ricercare me.” E’ un mio pensiero ma mi pare abbastanza verosimile.

Mi informo: il medico di famiglia mi farà il certificato, ma probabilmente vorrà che mi faccia prima un eco-cardio. Sempre per tutta questa gente che improvvisamente si accascia a terra senza preavviso, credo. “col cavolo che ti faccio un certificato, così se tu mi muori  su due piedi poi quelli vengono a ricercare me.” Il pensiero è sempre mio, si diffonde a macchia d’olio.

Facendo un rapido calcolo, fra i tempi biblici ed il ticket per l’eco-cardio, il certificato del medico curante che ovviamente è a  pagamento, deduco che faccio prima a passare una visita dal medico dello sport.

Avete presente?

Io sì, ci ho portato la Princi: per fare la prova sotto sforzo l’hanno fatta salire e scendere da uno scalino per un quarto d’ora, ma io farò parecchio prima, non c’è pericolo.

Ma quello che mi fa schiantare è la mia serendipità.

serendipità s. f. – La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro. [dall’ingl. serendipity, coniato (1754) dallo scrittore ingl. Horace Walpole che lo trasse dal titolo della fiaba The three princes of Serendip: era questo l’antico nome dell’isola di Ceylon, l’odierno Srī Lanka], letter.

So che accadrà questo: io inizierò a salire e scendere dallo scalino, come ha fatto la Princi ma parecchio peggio, per uscire da quello studio medico col mio certificato di idoneità sportiva per fare gli esercizi geriatrici di Jane Fonda, e invece succederà che mi sentirò male, caracollerò e mi farò prendere le palpitazioni perché soffro di una qualche sindrome alla quale daranno il mio nome quando ne morirò, che consiste nel volersi a tutti i costi sbrigare a fare le cose faticose, tipo una salita, o le scale con la spesa tutta in un viaggio, per una sorta di spirito di competizione con me stessa, la salita e le scale e la spesa.

E insomma cadrò a terra priva di sensi, o di senso, e il medico sportivo non farà nemmeno in tempo a sorreggermi un po’, me lo sento.

E quindi uscirò dallo studio medico senza certificato di idoneità, ma con un certificato di invalidità nuovo di zecca.

Quindi non potrò fare pilates e posturale, ma chiederò la pensione e camperò a spese vostre.

Cervelloticamente Vostra, la futura invalida che poteva essere l’allieva numero uno di Jane Fonda.

Mantra della cestista

Io voglio la palla.

La voglio più di te che mi marchi stretto come un paio di slip di due taglie più piccoli, e che per farlo picchi come un fabbro dell’età del ferro.

Io voglio la palla più di te, delle tue compagne di squadra, di tutto il palazzetto.

Non permetterò a nessuno dei summenzionati di toccare la palla.

Malvolentieri la lancerò all’arbitro in caso di rimessa o palla contesa o tiri liberi, o -poche- altre rarissime eccezioni, in quanto le uniche persone alle quali lascerò la palla, sono le mie compagne di squadra.

Io voglio la palla e voglio portarla a canestro.

Per fare ciò mi alleno tutti i santissimi giorni, e sudo, e mi spello i piedi, mi tuffo sulle vaganti, mi aggrappo alle contese, metto a rischio il mio naso, le mie dita, la mie caviglie tutti i santissimi giorni.

Se non l’avessi capito, la palla è mia. Mi appartiene di diritto.

Io voglio la palla e voglio portarla a canestro, per me e per le mie compagne di squadra.

Se sei incaricata di marcarmi, beh, peggio per te.

Se credi che ti lascerò passare, beh, ti sbagli.

Se pensi di usare la forza, io userò la velocità. Se credi di essere veloce, spero ti piaccia seguire la mia scia.

Se credi di essere una campionessa, beh, noi siamo una squadra.

Se sarai un’avversaria nobile, noi saremo altrettanto; ma se giocherai scorretto, noi non saremo da meno e diverrai il nemico.

 
Io voglio la palla e l’avrò, voglio portarla a canestro e lo farò.
Ed ora che l’hai capito: try to catch me.

Cantami o Diva del Pelíde Achille l’Amore per Patroclo

Ora che a scuola c’è Epica, la Princi ne è felicissima e studia con un furore cieco, che mi fa intravedere lampi di universitaria nerd.

MA, come al solito, imperversa la polemica.

Certo è che con due genitori così, entrambi portatori sani di polemica feroce, non ci potevamo aspettare una figlia accomodante.

Domenica sera, nel ripasso della lezione di epica, l’Omone ha ricordato alla Princi (che in terza elementare ha ricevuto in dono e divorato Iliade ed Odissea, ovviamente in prosa per ragazzi) quale fosse la reale natura dell’amicizia fra Achille e Patroclo, e che quindi, la descrizione del suo libro di Epica per le scuole medie, cioè “fedeli amici” non rende bene l’idea di quello che in realtà legava i due eroici, furibondi, virilissimi guerrieri: l’amore.

E ne è scaturita una discussione, su come sia mutata l’idea ed il giudizio del rapporto omosessuale, sul fatto che fosse accettata “anche” fra due eroi che rappresentavano la forza MASCHIA, e che oggi invece non si dice, si fa di nascosto, ed i giovanissimi non trovano il coraggio di parlare dei gusti sessuali, ed i pochi che si esprimono o che appena si discostano dalla rassicurante NORMALITA’ sono oggetto di scherno se non di aggressioni (reali o virtuali) ferocissime.

E poi la discussione si è spostata sul perché sul libro di epica non c’è traccia di questo rapporto d’amore fra due uomini.

E quello che ha infastidito la Princi è stata questa edulcorazione, ai limiti della censura, che vede inopportuna, inutile se non dannosa.

Abbiamo avanzato un’ipotesi: forse perché è un argomento difficile da trattare in una classe prima della scuola media.

Ed in realtà è vero il contrario: cioè l’argomento è difficile da trattare proprio perché non se ne parla né se ne tratta sui libri, o fuori dai libri, in prima media.

Lunedì mattina, durante la lezione di Epica la Princi è intervenuta, obiettando che l’amicizia fra i due personaggi guerrieri, nel loro libro non era descritta come meritava, e non rendeva l’idea della verità: ha spiegato ad una classe di suoi pari che i due si amavano, e che non era un problema per la società di allora che lo facessero, ed ha risposto alzando gli occhi al cielo a quasi tutti gli interventi di cui possiamo immaginare il tenore, tranne ad un paio di cui ha trovato interessante la curiosità, in dialoghi del tipo:

“…e come facevano a fare dei figli e quindi garantire la trasmissione del nome????”

” Non era mica proibito il contrario, cioè le coppie eterosessuali, oh stolti!”

E via un’altra mezz’ora di discussione sulle corna alla moglie con un uomo.

Grossomodo questo il livello.

La professoressa ha lasciato che si placasse il caos esploso in classe come una flash-bang.

Poi si è rivolta alla Princi, ed ha riconosciuto la fatica ed il timore di sbagliare che sono stati prima nostri come genitori, nell’affrontare un tema certamente non semplice, e poi della Princi; e anche e soprattutto ha rassicurato lei, che si è esposta tipo eretica di fronte ad un tribunale-classe non proprio propenso all’ascolto.

“Hai ragione, non è ben descritto. E gli animali che hai in classe te ne hanno illustrato il motivo: non è un argomento di cui è facile parlare alla vostra età, perché non tutti sono disposti a porsi in maniera neutra, come hai fatto tu.”

Per la Princi, già trattare il problema è stata la soluzione del problema stesso: perché non ci dicono le cose come stanno? Ci trattano da imbecilli perché lo siamo, e poi si lamentano che siamo imbecilli, o siamo imbecilli perché ci trattano così?

L’appoggio della sua insegnante è stato fondamentale per darle conferma: domanda, confrontati, poniti il problema: non dei gusti sessuali delle persone, che sinceramente per quel che ci riguarda contano come le propensioni per i gusti del gelato; ma delle informazioni che ti danno, come te le danno, se sono complete, esatte, oggettive o viziate.

Mi ritrovo però a pensare anche al problema sorto nello specifico della discussione: cioè che invece, visti i risultati, bisognerebbe parlarne, eccome, dell’orientamento sessuale, ma dandogli davvero la stessa importanza che si da alle propensioni per il tutto cioccolata o il variegato alla malaga, o pistacchio e nocciola.

Trovare spunti anche su un libro di epica se necessario, ma parlarne, da ragazzini, per non trovarsi adulti impreparati e fobici nei confronti di ciò che non si conosce.

Quello che mi domando è se tornati a casa i compagni di classe di mia figlia avranno parlato con i genitori, e se avranno avuto un confronto, e di che tipo sarà stato.

E poi: fra quanto tempo devo aspettarmi un’invettiva contro l’oscurantismo religioso.

E poi fra quanto di lobby e massoneria.

Ed infine, se sono pronta.

Lei, la sollevatrice di folle e dubbi, già stamani ha evidenziato, con la Professoressa di storia, come sia facile che la religione, anzi le religioni, sfocino nel fanatismo e nel fondamentalismo.

E stasera abbiamo di nuovo affrontato il problema del libro di epica, stavolta da punto di vista della filologia.

Omone, abbiamo creato un mostro.

Dieci anni in più, sfitinzia.

Tu eri quella che a quindici anni sembrava la Cucinotta, o la Salerno, meraviglia di paese in cui tutti conoscono tutti.

Li avevi tutti ai tuoi piedi, e lo sapevi bene: sbattevi le ciglia, e ti portavi i capelli da un lato con la mano, sventolandoli con maestria.

Li avevi tutti ai tuoi piedi, e scherzavi con loro snobbando noi ragazze: troppo bambine, vestite a casaccio, che il massimo della trasgressione era mettersi un po’ di lucidalabbra (oddio com’era unto!).

C’è bisogno di dire chi preferissero, i ragazzi?

Io a quel tempo indossavo solo jeans ed ho il ricordo terrificante di un paio di bretelle rosse, che adoravo.

Parlando con noi altre comuni mortali, ti vantavi raccontandoci

“…mi dicono tutti che sembro più grande, almeno dieci anni in più…”

e noi lì, babbee a bocca aperta.

Avevi un ragazzo “di Firenze” che veniva a prenderti in macchina per andare a ballare il sabato sera,

e noi lì, a sedere sul muretto, un po’ invidiose, ma soprattutto perplesse.

Ricordo parecchi dettagli: come masticavi la gomma, un po’ coatta, e che già ti facevi le sopracciglia e la riga nera di eye-liner, gli orecchini a cerchio, grossi come bracciali.

Davvero, un altro pianeta rispetto a noi ragazzine dell’età di mezzo.

Una venere mediterranea e sfrontata, nell’epoca dei Paninari e delle Sfitinzie very very arrapation.

Ecco: eri very very arrapation.

Quindi l’altra sera, quando ti ho incontrata per strada in tuta da ginnastica, sciatta, con le occhiaie e la coda bassa, con “almeno dieci anni in più” e di chili, in più, almeno venti…

Beh, credo capirai perché ti ho salutata volentieri, senza i miei dieci anni in più, né i venti chili.

Senza rancore, eh.

Solo per difendere la categoria, e le bretelle.

Tranquillo, ci penso io.

Lunedì: maledetto, solito, precisino come sempre, arriva puntuale se non in anticipo, come tutti quelli che mi stanno sulle scatole.

Lunedì, mentre lascio la Princi davanti al cancello di scuola, sento il gocciolio della notifica della messaggistica del telefono.

“Ciao, puoi passare oggi pomeriggio a prendere Bambi ed accompagnarla a basket insieme alla Princi? Grazie, il babbo di Bambi”.

Bambi è la sorella del bambino che ama la Princi e la Luna, ed è una cerbiatta. Occhioni e ciglia, caschetto nero e lentiggini, timida all’inverosimile, taciturna e leale, piuttosto che mancare un passaggio o lasciarti sola al tuo destino è capace di trasformarsi in una bestiola zigzagante a braccio alzato, che corre in tuo soccorso, incurante della stazza delle avversarie, che di solito doppiano abbondantemente quelle come lei e la Princi.

Spesso ci organizziamo fra genitori per i passaggi in macchina agli allenamenti: il lunedì io sono la più libera, e volentieri passo a prendere la Facundina, e Bambi quando è dalla nonna.

Lunedì precisino, un sacco di cose da fare, mettersi in pari con quello che è rimasto a metà dal venerdì, al lavoro, telefonate, cose che tutti facciamo e che fanno del lunedì il giorno più odiato da tutti tranne che dai parrucchieri.

“Tranquillo, ci penso io, passo a prenderla dalla nonna.”

Poi proseguo nel lunedì: la Princi esce da scuola, pranzo con l’imbuto, rientro a lavoro, compiti, acciuffare il borsone da basket, e via.

Nel frattempo, regina del multitasking, mi procuro non so come un mal di testa lancinante.

“Princi chiama la Facundina, dille che si prepari un po’ prima, passiamo a prendere anche Bambi”

“Ok, la chiamo mentre andiamo verso casa sua.”

“…Pronto Facundina? Preparati veloce stiamo venendo un po’ prima, passiamo a prendere anche Bambi…”

Davanti a casa della Facundina ci chiama Bambi:

“Princi dove siete? Fra quanto arrivate?”

“Siamo dalla Facundina, il tempo di passare dalla strada di dietro per arrivare da tua nonna, un quarto d’ora e siamo da te.”

Guido con la pioggia, mal di testa martellante dietro un’orbita oculare, potrei togliermi l’occhio se facesse diminuire la sensazione della testa che scoppia.

Tre curve, due rotonde, un paio di incroci, una circonvallazione.

Eccoci alla palestra.

Ho dimenticato Bambi.

Terrore cieco.

“Bambine! Vestitevi in macchina mentre andiamo a recuperare Bambi, presto!”

Risate convulse delle due delinquenti che si erano ben guardate dal farmi notare che non stavamo andando a casa della nonna di Bambi.

Guida nella pioggia con la twingo del ’98 trasformata a metano, gimkana folle e rischio a livelli Fukushima, piede a mattone sul pedale (che vuol dire 50/h, oh, twingo a metano del 98 in 3!), scarto fra i TIR della zona industriale, Princi che scende in corsa davanti casa della nonna di Bambi, inversione in derapata da straccio patente, Bambi che si aggiunge alle due delinquenti di cui sopra, ma con molta più classe, sorride incredula al racconto, senza sghignazzare come le due jene.

Riparto per il percorso inverso, stesso tempo record.

Arriviamo alla palestra in tempo, non so come, con le tre che scendono e finiscono di prepararsi negli spogliatoi, per l’allenamento.

Io, che scendo di macchina sudata e stravolta, il mio allenamento l’ho appena finito.

…Frida Kahlo???

Le conversazioni surreali con la Princi bambina lasciano spazio sempre più frequentemente ad osservazioni e puntualizzazioni da signorina.

Ieri in macchina mentre tornavamo dall’allenamento di basket, mi ha confessato che quasi tutte le sue compagne di classe hanno il “ragazzo”, e che tutte hanno espresso perplessità e stupore alla notizia che lei, invece, non ce l’ha.

Argomento della conversazione che ne è scaturita è stata la questione “maschi”.

“…mamma scusa, eh, ma…ma cosa se ne fanno del ragazzo?”

“GULP! Effettivamente, non saprei…”

“…mamma, via! Ma come faccio a trovare uno che mia piace? Intanto, deve essere MINIMO intelligente e bravo a scuola, e più alto di me…”

“Brava, fondamentale.”

“…poi, CICCIO, devi essere più bravo di me a Basket, sennò non ti guardo nemmeno!”

“..eh sì, è importante avere degli interessi in comune…”

“…e poi mamma, oh! Come mi hai sempre detto, noi Donne Spartane abbiamo bisogno di avere con noi uomini che siano più maschi di noi…”

“Giusto, brava Princi.”

“Via mamma, ma posso essere interessata a uno che si fa le sopracciglia???”

“…ehhh..no, direi di no.”

“…non me le faccio nemmeno io…anzi mamma, forse dovrei…Guarda qui, sembro Frida Kahlo.”

Io ho guardato quei due invisibili peletti biondi fra un’ala di gabbiano e l’altra ed ho accettato la richiesta vezzosa.

Quindi stasera, manicure e sopracciglia fra ragazze.

Noi Donne Spartane dopo tutto, abbiamo anche una classe ed una reputazione da mantenere.