Superclassificasciò.

Per ripartire con slancio, come nella migliore tradizione, la top ten delle idiozie che riesce a commettere il genere umano  in cui mi imbatto e a cui mi rifiuto di soccombere.

Sullo scalino più basso troviamo i furbini, che incontro principalmente per lavoro, ma che riconosciamo tutti in coda al supermercato, alla posta, negli ingorghi di traffico: sono quelli che cercano sempre di passare avanti “con la forza”, salvo poi fingere di cadere dalle nuvole quando gli si fa notare l’errore:

“Guardi che lei è dietro di me, c’ero prima io…”

“…scusi, non avevo visto che era in fila” .

Effettivamente uno potrebbe aspettare davanti alla cassa del supermercato per passione, no?

“Qual è il tuo passatempo?”

“Aspetto davanti alle casse senza dover comprare nulla, sto lì a guardare l’umanità ed il suo progressivo abbrutimento.”

Al nono posto il pilota di macchina minchia-minchia che ti sfida al semaforo a fare il ripresino:

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voglio dire, avevo una twingo del 98 a metano, adesso sostituita da un doblò, sempre a metano, sempre carico zeppo di bambine, cane, borsoni, e probabilmente troppi attrezzi nel bagagliaio: c’è bisogno di sgassarmi accanto e partire a razzo con la faccia da fastenfurios?

Sempre in macchina, ma uno scalino sopra, la mammabiondasuv.

E’ un tutt’uno con la capigliatura e la macchina, in pratica un transformer: guida come una pazza, oppure pensa di guidare un bilico. O si butta nel mezzo della via con prepotenza, o ha paura di non passarci e allora la via la blocca per ore, sia che si tratti dell’autostrada del sole, o della strada davanti a scuola. Il dramma non è parcheggiare, perché lei arriva, si ferma dove le pare, tira il freno a mano, e chiude la macchina,

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ecca’allà, parcheggiato.

Il dramma è S-parcheggiare: lei ci prova da 16 minuti, 80 cm avanti, 80 indietro, la macchina imbizzarrita non dà segno di comprendere l’intenzione della bionda; nella mia realtà parallela scendo dalla mia macchina e mi dirigo con ampie falcate verso la bionda, l’acchiappo per la collana, la scaravento giù, salgo al posto di guida e le s-parcheggio l’astronave, poi riparto col doblò fra due ali di folla festante mentre scendono coriandoli bianchi come fosse war is over.

Nella dura realtà i minuti di attesa raddoppiano, poi finalmente per miracolo l’automobile parcheggiata davanti alla sua, parte e se ne va, e con la pista di Peretola libera davanti, vuota, a disposizione, il Transformer piano piano ce la fa ad uscire.

Settimo posto, la commessa entrante.

“Salve, avrei bisogno di un paio di stivaletti neri, numero 41, i più semplici che avete.”

“No, guardi, per il 41 le consiglio questi mocassini verdi, morbidissimi in pelle di Panda trattata sull’Himalaya.”

“…ma veramente io li dovrei mettere per…”

“…oppure questo sandalo con swarowsky rosso valentino, ma il 41 l’ho finito, provi il 38, calza grande…”

“…aiutare mia mamma in giardino, ottimali, grazie, vado al caccia e pesca e compro un paio di galosce, vai.”

Al sesto posto, il conoscente che incontri e ti racconta dell’ultimo intervento chirurgico che ha subìto, con dovizia di particolari, preferibilmente coinvolgendo sfintere, prostata, o bulbi oculari andati in malora e sostituiti da

“quest’occhio di vetro, vedi, se me lo tocco non sento niente.”

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Ma io sì, un certo subbuglio allo stomaco, per l’esattezza.

Si sale in classifica, al quinto posto quelli che vengono a chiederti un parere, e se non gli dai quello che vogliono loro s’incazzano. Anche questi si incontrano principalmente per motivi lavorativi, ma abbondano in tutti i contesti, tipo l’amica che ti chiede consiglio:

“Mi ha tradita e lei aspetta un bambino, coi soldi delle bollette ci ha giocato al videopoker e ora ci staccano la luce, ma ha iniziato un lavoro nuovo, fa il tassista alle put@#ne, ma le accompagna solo, e loro gli danno un qualcosa per ringraziarlo, che faccio, lo perdono?”

“…mah, io me ne libererei alla velocità della luce…”

“Ah, sì? Lo sapevo che avevi dei pregiudizi, noi ci amiamo e tu non capisci, non puoi capire. Ti credevo un’amica.”

“Va bene, allora fai un po’ come ti pare, ti stavo dando il mio parere…”

“Sei solo invidiosa!”

“E precisamente di cosa?”

“Del nostro amore che supera tutti gli ostacoli…”

“Allora ti tornerà utile quando sarà a Sollicciano sono contenta per te!”

Lo so che ne avete a bizzeffe anche voi di amici così, non fate tanto i puritani.

Terzo posto, ambitissimo.

E’ femmina, scrive sui social tutto ed il contrario di tutto, citazioni di Herman Hesse, Fabio Volo, il Gabibbo, Oscar Wilde, Gesù Cristo, Jim Morrison, e poi li confonde uno con l’altro in ordine sparso, si fa le foto in bagno, in macchina, mentre soffre per la ceretta all’inguine, ci fa vedere cosa mangia, cosa si è comprata all’outlet due minuti fa, la tinta che si sta facendo dal parrucchiere, ci informa passo passo dei suoi spostamenti registrandosi in ogni posto che il suo smartphone le suggerisca di indicare, e poi se le domandi quanti anni ha ti risponde che c’è la Privacy. Coerenza portami via.

Secondo posto: il tardone imbroccatore molesto.

Esco due volte l’anno, una con mia sorella, una con un’amica di vecchia data. Vogliamo solo stare a chiacchierare, mangiare una cosa sedute senza dover poi sparecchiare e rigovernare, magari fumare una sigaretta di nascosto, che poi sennò a casa se ne accorgono e mi sgridano (mi succede davvero, giuro.). In queste due volte in cui esco, non mi vesto da addio al nubilato americano, non mi ubriaco, non do adito a pensieri men che casti.

Quindi, tu che potresti essere mio zio e ti avvicini con la mano in tasca mentre ti passi la mano fra i capelli rimasti, prima di domandare:

“Scusate, eravamo nello stesso ristorante…ti ho notata, perché hai un bellissimo volto…”, tu, proprio tu che probabilmente eri il vicino di letto del conoscente che si è operato alla prostata…se ti rispondo domandando cortesemente “Ma ti levi di ‘ulo?”, non ti offenderai mica, eh?

Eccoci al top, number one.

La mamma arrembante e frustrata che insiste col Professore per alzare i voti, con l’insegnante di canto per far stare il figlio in prima fila, con la maestra perché sua figlia col grembiule scoppia di caldo (più degli altri bambini, ovviamente), con l’allenatore, anzi di più, col dirigente, ma che dico, col Presidente della Repubblica, insomma con chi di dovere, perché suo figlio deve giocare di più, col prete perché la comunione dobbiamo spostarla al giorno dopo, altrimenti lo zio Enzo non ce la fa ad arrivare in tempo da Sidney, con l’insegnante di teatro perché la parte principale deve averla sua figlia, la mamma che si mette a tu per tu coi bambini ai giardini perché sull’altalena ci vuole andare suo figlio, e a nascondino non può contare sempre lui, e il pallone è suo e allora gioca sempre, e tu gli hai rubato una figurina, ora gliela ricompri, e tu gli hai tirato i capelli ora chiedigli scusa…poi si lamentano che i figli non hanno amici.

Mamma, che frustrazione. Figli che non si misureranno mai coi propri limiti, che non sapranno mai se hanno ottenuto la parte principale nella recita scolastica per le proprie capacità o perché ci ha pensato la mamma, a farli arrivare fin lì, in vetta, al primo posto.

Ma tranquille, mamme di questo tipo: in questa mia personalissima lista, il primo premio spetta voi, vincete voi, a man bassa e senza attentatori al vostro ambitissimo primo posto.

E secondo voi (secondo, perché prima c’è la mamma arrembante), miei pazienti lettori, ci sono categorie da aggiungere?

Qualcuno che potrebbe soppiantare e scalzare i dieci finalisti della superclassificasciò?

Sentitevi liberi di creare nuove categorie, potrebbe nascere un contest di umane idiozie.

 

 

 

 

 

 

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Potevamo stupirvi con effetti speciali, tipo la serendipità, o l’invalidità.

Vi stupirò con questa dichiarazione lapidaria ed assolutamente fuori luogo: mi sono iscritta in palestra, vado a fare pilates e posturale.

Detto così pare anche una cosa fighina e snob, in realtà facciamo gli esercizi geriatrici di Jane Fonda, e mi vengono dei crampi alle dita dei piedi che ogni volta mi fanno pensare:

“questo dito vuole andarsene da questa stanza, penso che lo seguirò”.

La cosa più buffa di tutta questa storia è che le ultime disposizioni del MINCCI (Ministero delle Complicazioni Costose ed Inutili) impongono alla palestra di richiedermi il certificato medico di idoneità, anche per un’attività a basso impatto come questa. Dev’essere per tutta questa gente che improvvisamente si accascia a terra senza preavviso: “col cavolo che ti faccio fare gli esercizi geriatrici di Jane Fonda, così se tu mi muori su due piedi poi quelli vengono a ricercare me.” E’ un mio pensiero ma mi pare abbastanza verosimile.

Mi informo: il medico di famiglia mi farà il certificato, ma probabilmente vorrà che mi faccia prima un eco-cardio. Sempre per tutta questa gente che improvvisamente si accascia a terra senza preavviso, credo. “col cavolo che ti faccio un certificato, così se tu mi muori  su due piedi poi quelli vengono a ricercare me.” Il pensiero è sempre mio, si diffonde a macchia d’olio.

Facendo un rapido calcolo, fra i tempi biblici ed il ticket per l’eco-cardio, il certificato del medico curante che ovviamente è a  pagamento, deduco che faccio prima a passare una visita dal medico dello sport.

Avete presente?

Io sì, ci ho portato la Princi: per fare la prova sotto sforzo l’hanno fatta salire e scendere da uno scalino per un quarto d’ora, ma io farò parecchio prima, non c’è pericolo.

Ma quello che mi fa schiantare è la mia serendipità.

serendipità s. f. – La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro. [dall’ingl. serendipity, coniato (1754) dallo scrittore ingl. Horace Walpole che lo trasse dal titolo della fiaba The three princes of Serendip: era questo l’antico nome dell’isola di Ceylon, l’odierno Srī Lanka], letter.

So che accadrà questo: io inizierò a salire e scendere dallo scalino, come ha fatto la Princi ma parecchio peggio, per uscire da quello studio medico col mio certificato di idoneità sportiva per fare gli esercizi geriatrici di Jane Fonda, e invece succederà che mi sentirò male, caracollerò e mi farò prendere le palpitazioni perché soffro di una qualche sindrome alla quale daranno il mio nome quando ne morirò, che consiste nel volersi a tutti i costi sbrigare a fare le cose faticose, tipo una salita, o le scale con la spesa tutta in un viaggio, per una sorta di spirito di competizione con me stessa, la salita e le scale e la spesa.

E insomma cadrò a terra priva di sensi, o di senso, e il medico sportivo non farà nemmeno in tempo a sorreggermi un po’, me lo sento.

E quindi uscirò dallo studio medico senza certificato di idoneità, ma con un certificato di invalidità nuovo di zecca.

Quindi non potrò fare pilates e posturale, ma chiederò la pensione e camperò a spese vostre.

Cervelloticamente Vostra, la futura invalida che poteva essere l’allieva numero uno di Jane Fonda.

Quando è giovedì ma è ancora lunedì.

Quando tutti i giorni inciampi in qualcosa che ti fa pensare che oggi è una giornata di merda, e quindi per definizione è lunedì.

Lunedì: non trovare parcheggio per dodici giri di due minuti l’uno, cioè girare per venticinque minuti e convincersi che in quel parcheggio le macchine non si mettono a lisca di pesce ma a mammatroia, entrare nell’unica palestra che faccia pilates in orari da mamma, e nella quale avevi riposto tutte le tue speranze e scoprire che l’insegnante sembra la sorellastra di Cenerentola, ma più cattiva, che ti fa sganasciare su un materassino, a freddo, e pretende una torsione del busto che nemmeno Sir Biss…

…quando in realtà ti senti parecchio Lady Cocca.

lunedì bis: pestare una cacca di cane, no aspetta questa l’ha fatta un toro, e non l’ho pestata, ci sono infilata dentro a mezza-gamba. Prima settimana di dieta, che la fame sia con me. Cosa non darei per un panino col lampredotto ed una birra.

lunedì ter: l’Omone che torna dalla visita ortopedica con uno stop di tre settimane in cui grugnirà, sbufferà, maledirà quella piccola ciste nel bel mezzo del suo ginocchio destro, senza trarne beneficio alcuno. E poi: farsi prendere dal terrorpanico al pensiero che probabilmente il torneo regionale di basket nel quale selezioneranno le Azzurrine (sì, azzurrine nel senso che sono le nuove leve delle Azzurre) per il quale la Princi si sta allenando da ottobre, e la rassegna di danza classica (giudici i direttori dell’American Ballet di New York) per la quale la Princi si sta preparando da ottobre, avranno la brillante idea di andare sottobraccio l’8 e il 9 marzo.

lunedì quater: macchina dal meccanico, nonno che ci accompagna a scuola e lavoro (n.d.r. ricordarsi di erigere monumento equestre al Nonno Pensatore) arrivare in ufficio ed accorgersi di aver lasciato il telefono a casa, prendere in prestito la macchina del Nonno, correre a casa ed accorgersi di aver lasciato le chiavi insieme al telefono: sì, in casa. Correre a piangere aiuto dalla Nonna che ha la chiave di riserva, recuperare telefono, chiavi, e ripartire al galoppo (trenta metri, poi traffico) verso l’ufficio.

In ognuno di questi lunghissimi lunedì la Princi ha avuto almeno una verifica di fine quadrimestre, ciò vuol dire che ogni lunedì sera, prima del giorno dopo, dagli di ripasso: Carlo Magno, verbi ausiliari in francese, espressioni con le potenze, temperatura, calore, calore specifico e loro misurazioni.

Almeno una nota di ilarità me la porta ancora lei:

“Mamma, in classe i miei compagni mi hanno detto che se durante le verifiche hanno bisogno di aiuto, mi chiameranno con un colpo di tosse: HEM! HEHEM! per non farci sgamare dalla Professoressa…”

“E Com’è questo metodo, funziona?”

“…mah. ‘nsomma…stamani in classe pareva ci fosse un’epidemia di tubercolosi!”

Teniamo duro. Manca solo un lunedì, e finirà anche questa settimana.

Cantami o Diva del Pelíde Achille l’Amore per Patroclo

Ora che a scuola c’è Epica, la Princi ne è felicissima e studia con un furore cieco, che mi fa intravedere lampi di universitaria nerd.

MA, come al solito, imperversa la polemica.

Certo è che con due genitori così, entrambi portatori sani di polemica feroce, non ci potevamo aspettare una figlia accomodante.

Domenica sera, nel ripasso della lezione di epica, l’Omone ha ricordato alla Princi (che in terza elementare ha ricevuto in dono e divorato Iliade ed Odissea, ovviamente in prosa per ragazzi) quale fosse la reale natura dell’amicizia fra Achille e Patroclo, e che quindi, la descrizione del suo libro di Epica per le scuole medie, cioè “fedeli amici” non rende bene l’idea di quello che in realtà legava i due eroici, furibondi, virilissimi guerrieri: l’amore.

E ne è scaturita una discussione, su come sia mutata l’idea ed il giudizio del rapporto omosessuale, sul fatto che fosse accettata “anche” fra due eroi che rappresentavano la forza MASCHIA, e che oggi invece non si dice, si fa di nascosto, ed i giovanissimi non trovano il coraggio di parlare dei gusti sessuali, ed i pochi che si esprimono o che appena si discostano dalla rassicurante NORMALITA’ sono oggetto di scherno se non di aggressioni (reali o virtuali) ferocissime.

E poi la discussione si è spostata sul perché sul libro di epica non c’è traccia di questo rapporto d’amore fra due uomini.

E quello che ha infastidito la Princi è stata questa edulcorazione, ai limiti della censura, che vede inopportuna, inutile se non dannosa.

Abbiamo avanzato un’ipotesi: forse perché è un argomento difficile da trattare in una classe prima della scuola media.

Ed in realtà è vero il contrario: cioè l’argomento è difficile da trattare proprio perché non se ne parla né se ne tratta sui libri, o fuori dai libri, in prima media.

Lunedì mattina, durante la lezione di Epica la Princi è intervenuta, obiettando che l’amicizia fra i due personaggi guerrieri, nel loro libro non era descritta come meritava, e non rendeva l’idea della verità: ha spiegato ad una classe di suoi pari che i due si amavano, e che non era un problema per la società di allora che lo facessero, ed ha risposto alzando gli occhi al cielo a quasi tutti gli interventi di cui possiamo immaginare il tenore, tranne ad un paio di cui ha trovato interessante la curiosità, in dialoghi del tipo:

“…e come facevano a fare dei figli e quindi garantire la trasmissione del nome????”

” Non era mica proibito il contrario, cioè le coppie eterosessuali, oh stolti!”

E via un’altra mezz’ora di discussione sulle corna alla moglie con un uomo.

Grossomodo questo il livello.

La professoressa ha lasciato che si placasse il caos esploso in classe come una flash-bang.

Poi si è rivolta alla Princi, ed ha riconosciuto la fatica ed il timore di sbagliare che sono stati prima nostri come genitori, nell’affrontare un tema certamente non semplice, e poi della Princi; e anche e soprattutto ha rassicurato lei, che si è esposta tipo eretica di fronte ad un tribunale-classe non proprio propenso all’ascolto.

“Hai ragione, non è ben descritto. E gli animali che hai in classe te ne hanno illustrato il motivo: non è un argomento di cui è facile parlare alla vostra età, perché non tutti sono disposti a porsi in maniera neutra, come hai fatto tu.”

Per la Princi, già trattare il problema è stata la soluzione del problema stesso: perché non ci dicono le cose come stanno? Ci trattano da imbecilli perché lo siamo, e poi si lamentano che siamo imbecilli, o siamo imbecilli perché ci trattano così?

L’appoggio della sua insegnante è stato fondamentale per darle conferma: domanda, confrontati, poniti il problema: non dei gusti sessuali delle persone, che sinceramente per quel che ci riguarda contano come le propensioni per i gusti del gelato; ma delle informazioni che ti danno, come te le danno, se sono complete, esatte, oggettive o viziate.

Mi ritrovo però a pensare anche al problema sorto nello specifico della discussione: cioè che invece, visti i risultati, bisognerebbe parlarne, eccome, dell’orientamento sessuale, ma dandogli davvero la stessa importanza che si da alle propensioni per il tutto cioccolata o il variegato alla malaga, o pistacchio e nocciola.

Trovare spunti anche su un libro di epica se necessario, ma parlarne, da ragazzini, per non trovarsi adulti impreparati e fobici nei confronti di ciò che non si conosce.

Quello che mi domando è se tornati a casa i compagni di classe di mia figlia avranno parlato con i genitori, e se avranno avuto un confronto, e di che tipo sarà stato.

E poi: fra quanto tempo devo aspettarmi un’invettiva contro l’oscurantismo religioso.

E poi fra quanto di lobby e massoneria.

Ed infine, se sono pronta.

Lei, la sollevatrice di folle e dubbi, già stamani ha evidenziato, con la Professoressa di storia, come sia facile che la religione, anzi le religioni, sfocino nel fanatismo e nel fondamentalismo.

E stasera abbiamo di nuovo affrontato il problema del libro di epica, stavolta da punto di vista della filologia.

Omone, abbiamo creato un mostro.

…Robeeertooo?

Ormai è da più di un anno che ad intervalli random mi chiama sul cellulare una vecchietta, col birignao, la voce querula ed un marcato accento veneto, che quando rispondo chiede:

“Robeeertooo?”

vecchia

Tant’è che in rubrica l’ho salvata così: “Roberto?”, per riconoscerla: se non è aria, lascio squillare finchè non si stanca, oppure attacco; ma se sono in un momento in cui posso rispondere mi spiace lasciarla sola.

Credo che Roberto sia suo figlio, o suo nipote, e ogni tanto lei lo chiami (cioè chiama me) per sentire come sta, e magari le basta una voce dall’altra parte del telefono che le dica

“No, signora non sono Roberto, ma sto bene”.

Di solito la conversazione si svolge più o meno così:

Drrrrin!

“Pronto?”

“…Robeeertoo?”

“No, signora, non sono Roberto…forse ha sbag..”

“Me lo passaaaaa?”

“No, signora, ascolti, Roberto non è qui, le stavo dicendo che ha sbag…”

“O Dov’è allora Robeeeertooo?”

“E NON LO SO! SIGNORA HA SBAGLIATO NUMERO!”

Poi lei -forse- capisce e farfuglia qualcosa in veneto, prima di attaccare.

Ma ci sono momenti in cui non ho tempo nè voglia, di spiegare ad una vecchietta che non sono Roberto, e allora quando vedo il nome lampeggiare non rispondo.

MA.

Stamani la vecchia bastarda ha esagerato.

Mi ha chiamato con un altro numero, tipo alle 6:30.

Ecco, il segno che mi sto rammollendo è palese e preoccupante.

Perché mentre nella mia testa scorreva il film solito della mia vita parallela da eroina negativa, cioè io che le dico che Roberto è morto perchè l’ho ucciso, fatto a pezzi e dato in pasto ai maiali (lo so sono un po’ truce, ma saremmo tutti assassini se non governassimo l’impulso, no?), in realtà le ho risposto la solita solfa, anche se mi aveva chiamata a tradimento con un altro numero alle 6:30 di mattina,  distruggendo il rapporto di fiducia con tanta fatica fin qui costruito, a suon di teatrini telefonici degni di una capo-scout.

Ora mi domando se dovrò evitare di rispondere a numeri che non conosco, o se è meglio la versione dei maiali che banchettano coi poveri resti del Roberto che fu.

Certo è che se dovesse richiamare ad orari da fornaio, di Roberto e dei maiali glielo racconterò con la voce di un Jack lo Squartatore o della bambina de l’Esorcista.

Vecchia avvista mezza salvata.

Ah, Roberto, se è un piano per disfarti della vecchia dando la colpa ad un infarto, e magari ti lascia in eredità una villa Palladiana, visto che ci parlo più io di te con questa vecchia,

si fa a mezzo, eh.

ventisetteottobremillenovecentonovantacinque.

Attraverso il buio, Giovanna D’Arco,

precedeva le fiamme cavalcando:

nessuna luna per la sua corazza,

nessun uomo nella sua fumosa notte, al suo fianco…”

Io ero lì, con la mia sigaretta sempre accesa sul broncio, il giaccone grigio e grunge ed i Dr. Marten’s slacciati.

E poi c’eri tu, con la tua felpa da rugby, le tue scarpe da basket ed il tuo sguardo da eroe.

Io ti guardavo da lontano e pensavo: è l’unico che non mi guarda mai.

Ti guardavo e pensavo alla supernova che avremmo potuto mettere al mondo, e che finalmente a fianco dei tuoi due metri avrei potuto indossare scarpe coi tacchi.

Io ero lì con una catenina d’argento in vita, i miei 58 chili scarsi, spavalda e un po’ selvatica, fiduciosa nel prossimo fino a rasentare la follia.

Tu piantato e quadrato sulle gambe, braccia incrociate, impassibile e roccioso, quasi un gargoyle, reduce dal tuo posto di campione nazionale di Karate.

Partivi quando sparavano i Clash: “White riot” e pogavi selvaggio e furibondo, piazza pulita nei primi 25 secondi di canzone, un uragano fichissimo ed indecifrabile.

White riot

 I wanna riot

White riot a riot of my own

White riot

I wanna riot

White riot a riot of my own

Io ti guardavo, e per mesi ho aspettato che venissi da me, saltellando sbilenca e sbrindellata con “What I am” Edie Brickell & the new Bohemians:

I’m not aware of too many things,

but I know what I know if you know what I mean…”

Giovedì: Lion’s Garden.

Venerdì: Backdoors.

Sabato: Cencio’s.

Domenica: vediamo.

C’eri sempre.

Venerdì 20, il tuo amico più bislacco (ora babbo di Matteo) con una t-shirt sbiadita “brigaDe rosse”.

Tu: anfibi, jeans, t-shirt e bretelline.

Al secondo Angelo Azzurro della barista coi dreadlocks mi sei sembrato un Dio Alato in cerca di compagnia.

Ok, forse era il secondo Angelo Azzurro dopo la terza Josè Cuervo.

Va bene, seguirò tutta quella storia di Maometto e montagne. Farò il primo passo:

“Scusa hai da accendere?”

Ti sei girato appena guardandomi da sopra la spalla, scocciato: “nz”

“…E chi sei tu -lei disse-

divertendosi al gioco,

chi sei tu che mi parli così, senza riguardo?”

“Veramente, stai parlando col fuoco.

Ed amo la tua solitudine, amo il tuo sguardo…”

Il resto della serata ti ho guardato torva. Montagna del cacchio.

Sabato 21, la mia amica Simi (ora mamma di Valentina) convinta che “tutte le volte che passi ti guarda”.

Allora si ricorda che ieri sera gli ho chiesto da accendere. Allora gli sorrido.

Non ti ricordavi, ma a forza di sorriderti mi hai vista.

Senza parlare, abbiamo aspettato chiusura: senza parlare mi hai chiesto di ballare con te.

Mi hai sollevata da terra, in un walzer strampalato alle tre del mattino sulla pista da ballo di una rockoteca nella zona industriale.

Mi hai baciato la mano, sfiorandola appena con la punta del naso.

Ho sentito la scossa e le campane a festa, ho avuto le vertigini, la nausea, ed ho smesso di dormire e mangiare.

E dal profondo del suo cuore rovente,

lui prese Giovanna e la colpì nel segno,

e lei capì chiaramente:

che se lui era fuoco lei doveva essere legno

“Ciao sono Superman (diventerò l’Omone, ma ora sono un ragazzo di 22 anni!).”

“Ciao Superman io sono la Cla. Sei l’unico abbastanza alto da permettermi i tacchi, e che non mi guarda mai, sai? (no, della supernova da mettere al mondo per ora non gli dico nulla.) “

“Non è che non ti guardo, è che non ti avevo mai vista.”

“Ecco, appunto, peggio mi sento. Ora andiamo via, ci stanno buttando fuori, hanno anche acceso le luci.”

“Ti rivedo?”

“…qui domani sera, eh?”

Domenica 22, a parlare fitto fitto nel rimbombo di una band trash, fra l’altro anche scarsa.

Di nuovo tardissimo. Ci vediamo?

“Sì, venerdì vado al Backdoors, ci sei sempre il venerdì, Superman.”

E’ un appuntamento?

Venerdì 27.

Nella bolgia dei Carmina Burana, cercare per trovarti e sentire il tuffo al cuore.

Le tue bretelline sottili, la tua t-shirt grigia, i capelli a spazzola.

Così diverso da tutti.

La tua testa e le tue spalle sopra a tutto il resto.

Ancora oggi, a distanza di 18 anni, ti cerco così, e quando ti trovo ho lo stesso tuffo.

Tu non lo sapevi, ma ti ho sposato quel giorno.

E se tu sei il fuoco, raffreddati un poco:

le tue mani ora avranno da tenere qualcosa

e tacendo gli si arrampicò dentro,

ad offrirgli il suo modo migliore di essere sposa

Ci siamo presi, conosciuti, smussati gli angoli a vicenda.

Abbiamo trovato compromessi senza chiederli, accettato visioni del mondo diametralmente opposte, intavolato discussioni con punti di partenza lontani anni luce, per incontrarci a metà strada dove nascono le Supernovae.

 Omone, buon anniversario…sei quel venerdì che mi mancava.

Stralove you, C.

Tranquillo, ci penso io.

Lunedì: maledetto, solito, precisino come sempre, arriva puntuale se non in anticipo, come tutti quelli che mi stanno sulle scatole.

Lunedì, mentre lascio la Princi davanti al cancello di scuola, sento il gocciolio della notifica della messaggistica del telefono.

“Ciao, puoi passare oggi pomeriggio a prendere Bambi ed accompagnarla a basket insieme alla Princi? Grazie, il babbo di Bambi”.

Bambi è la sorella del bambino che ama la Princi e la Luna, ed è una cerbiatta. Occhioni e ciglia, caschetto nero e lentiggini, timida all’inverosimile, taciturna e leale, piuttosto che mancare un passaggio o lasciarti sola al tuo destino è capace di trasformarsi in una bestiola zigzagante a braccio alzato, che corre in tuo soccorso, incurante della stazza delle avversarie, che di solito doppiano abbondantemente quelle come lei e la Princi.

Spesso ci organizziamo fra genitori per i passaggi in macchina agli allenamenti: il lunedì io sono la più libera, e volentieri passo a prendere la Facundina, e Bambi quando è dalla nonna.

Lunedì precisino, un sacco di cose da fare, mettersi in pari con quello che è rimasto a metà dal venerdì, al lavoro, telefonate, cose che tutti facciamo e che fanno del lunedì il giorno più odiato da tutti tranne che dai parrucchieri.

“Tranquillo, ci penso io, passo a prenderla dalla nonna.”

Poi proseguo nel lunedì: la Princi esce da scuola, pranzo con l’imbuto, rientro a lavoro, compiti, acciuffare il borsone da basket, e via.

Nel frattempo, regina del multitasking, mi procuro non so come un mal di testa lancinante.

“Princi chiama la Facundina, dille che si prepari un po’ prima, passiamo a prendere anche Bambi”

“Ok, la chiamo mentre andiamo verso casa sua.”

“…Pronto Facundina? Preparati veloce stiamo venendo un po’ prima, passiamo a prendere anche Bambi…”

Davanti a casa della Facundina ci chiama Bambi:

“Princi dove siete? Fra quanto arrivate?”

“Siamo dalla Facundina, il tempo di passare dalla strada di dietro per arrivare da tua nonna, un quarto d’ora e siamo da te.”

Guido con la pioggia, mal di testa martellante dietro un’orbita oculare, potrei togliermi l’occhio se facesse diminuire la sensazione della testa che scoppia.

Tre curve, due rotonde, un paio di incroci, una circonvallazione.

Eccoci alla palestra.

Ho dimenticato Bambi.

Terrore cieco.

“Bambine! Vestitevi in macchina mentre andiamo a recuperare Bambi, presto!”

Risate convulse delle due delinquenti che si erano ben guardate dal farmi notare che non stavamo andando a casa della nonna di Bambi.

Guida nella pioggia con la twingo del ’98 trasformata a metano, gimkana folle e rischio a livelli Fukushima, piede a mattone sul pedale (che vuol dire 50/h, oh, twingo a metano del 98 in 3!), scarto fra i TIR della zona industriale, Princi che scende in corsa davanti casa della nonna di Bambi, inversione in derapata da straccio patente, Bambi che si aggiunge alle due delinquenti di cui sopra, ma con molta più classe, sorride incredula al racconto, senza sghignazzare come le due jene.

Riparto per il percorso inverso, stesso tempo record.

Arriviamo alla palestra in tempo, non so come, con le tre che scendono e finiscono di prepararsi negli spogliatoi, per l’allenamento.

Io, che scendo di macchina sudata e stravolta, il mio allenamento l’ho appena finito.