Io sarò anche una ritardataria cronica,

e quindi naturalmente propensa ad inventare scuse assurde per giustificare i paurosi ritardi ad ogni genere d’appuntamento, eh.

Ma stamani davvero non è stata colpa mia. Stavolta ho le prove!

Mi capitano davvero fatti strani: da sempre, come accennavo qui.

Stamani, all’improvviso, prima una macchia bianca che corre sulla strada, tipo kamikaze, o tipo le vecchiette sulle strisce con la borsa sventolata a mo’ di bandiera a scacchi del grand-prix, che più che farti venire voglia di frenare, quasi quasi ti mettono addosso il friccico della corsa, hai presente?

E insomma stamani mentre guido verso l’ufficio, ecco che mi attraversa la strada questa macchia bianca.

Forse un cane?

No, sembrava più…una pecora (?!??!?).

…e poi, dietro alla temeraria macchia bianca apripista, LORO.

pecore

Dieci

minuti

di pecore.

Tutto qui.

…e io sono felice (lo stesso).

Mi capitano fatti strani da circa quarant’anni.

Incontri, scontri, coincidenze, sprazzi di vite altrui mi si catapultano contro, mi investono tipo il frullato proteico al mango di qualche giorno fa, e ne resto impregnata, talvolta per anni, molto più spesso solo per pochi attimi, o giorni.

E mi capitano anche anche fatti miei, da strisce di fumetto da quanto riesco a mettermi in ridicolo, ma io sono felice (lo stesso).

Tipo la settimana scorsa, quando avevamo appuntamento dal dentista.

Nella mia mente ero sicura al 100% che fosse alle 14:00, così sicura che non ho nemmeno guardato il memo con su scritto giorno ed orario.

Malissimo, infatti era alle 14:30.

Ovviamente l’ho scoperto solo una volta entrati in sala d’attesa, dove la signorina ci ha sorriso dicendoci “…siete arrivate in anticipo! ”

ed io ho realizzato che avrei sprecato mezz’ora sul divanetto arancione, e mezz’ora nel parchimetro.

Magari ci sbrighiamo lo stesso e facciamo in tempo.

Se non che, “sbrigarsi” e “dentista” non vanno mai nella stessa frase, quindi dopo mezz’ora di otturazione per la Princi, quasi pronta per la mia pulizia, dico alla dottoressa “vado ad aggiungere un euro nel parchimetro, la macchina è qui in fondo alla via, ok?”

“Non c’è problema, io intanto preparo”

“Ok, Princi mi aspetti qui? Lascio tutto, tienimi la borsa, prendo solo l’euro”

E volo in fondo alla via ad infilare la monetina, prendere il foglietto e tornare alla macchina per metterlo sul cruscotto.

Sì, MAAAA…

le chiavi sono in borsa. La borsa nello studio del dentista. Ecco anche il vigile da lontano.

Che meraviglia. Impreco contro me stessa, contro il bigliettino memo che non mi sono fatta tatuare in fronte, contro il parchimetro, contro il sole impietoso che mi opprime.

Per un miracoloso colpo di fortuna il finestrino lato passeggero è rimasto un po’ aperto…se riesco ad infilare la mano, e se magari riesco a far cadere il bigliettino…ecco la mano ci passa, ahio, me la sono un po’ schiacciata, il bigliettino finisce preciso sul cruscotto, e TIE’! vigile, ti ho fregato, posso tornare dal dentista, che ora mi sembra quasi una benedizione…

Sì, MAAAA…

non mi esce più la mano.

Inizio a sudare come la famosa fetta di pecorino al sole.

Ci manca solo che arrivi il vigile e mi prenda per una ladra. Sudo così tanto che rimarrò appiccicata alla poltrona del dentista, così tanto che riesco a sfilare la mano.

Figura scampata per un pelo. Multa scampata per un pelo. Ed io sono felice (lo stesso).

Oppure tipo ieri:

chi è di questa zona sa cosa vuol dire perdersi nel macrolotto.

Il macrolotto è una zona industriale fitta di capannoni, magazzini, laboratori. A dividerli ed unirli, un reticolo di strade tutte uguali, e rotonde misteriose senza una caspita di indicazione “seria”.

Ormai molte delle scritte sono in cinese. A parte salutare tutti dicendo ni hao, non sapevo davvero come fare.

Mezz’ora persa a piangere e smadonnare in cinese. Alla fine riesco a spuntare su una via che conosco, ed arrivo in tempo a riprendere la Princi e la Facundina all’allenamento di basket.

Quindi sono felice (lo stesso).

Torniamo a casa sotto un diluvio, di quelli che fanno formare quella schiuma bianca e vischiosa sulle strade impregnate di olio.

Fila di macchine davanti a noi, in questo punto della strada c’è sempre, poco più avanti c’è un tabaccaio, e la gente accosta al lato della carreggiata per andare a comprare le sigarette, fa sempre un po’ tappo.

Mentre procediamo a passo d’uomo, un motorino ci sorpassa da destra, e poco più avanti vedo volare in aria qualcosa…

…il motorino ha centrato in pieno una ragazza che attraversava la statale. Ci fermiamo in tre o quattro. Diluvia.

“Princi e Facundina, guai a voi se mettete il naso fuori dalla macchina!”

Prendo un telino termico dal cruscotto, e scendo, aprendolo.

Mi avvicino domandando “Qualcuno ha chiamato il 118?”, “Sì, dicono che stanno per arrivare…” e copro le spalle col telino alla ragazza bersaglio del motorino.

Evidentemente il baluginare metallizzato del telo fa parecchio effetto, devo sembrare qualcuno che se ne intende.

“Signore può smettere di lanciarle acqua in faccia? Sta diluviando, siamo già fradici e lei è una maschera di sangue, così si appiccicano i capelli sulla ferita; vogliamo cercare di capire cos’ha?”

Ma l’ho detto io davvero? Così seria, compita e saputa?

Mi inginocchio davanti alla ragazza, che è seduta per terra. Ha un brutto taglio sulla tempia sinistra, vicino alla fronte, si vede l’osso.

Guarda avanti senza vedere nessuno, il dolore scritto nella smorfia che le piega la bocca in giù.

“Ehi! Mi senti? Guardami! Sono qui davanti a te, guardami!” e batto le mani per attirare la sua attenzione.

“Come ti chiami?”

Lei piega ancora di più la bocca, credo sia profondamente sotto shock.

Risponde con una sola vocale: “AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA”

Ohibò. Questo non mi piace. Batto di nuovo le mani, la chiamo, guardami, ascoltami.

“come ti chiami? Mi senti?” Cerco il suo sguardo, finalmente lo trovo e domando di nuovo “come ti chiami?”

voglio solo che mi risponda. Tutte le persone che sono lì con me a bagnarsi nel mezzo della statale vogliono solo che lei risponda e ci faccia tirare un sospiro di sollievo.

“FRANCESCAAAAAAAAH”

Urla. L’ho acciuffata, ci vede, ci sente, ci risponde, sappiamo che si chiama Francesca e sta per arrivare l’ambulanza.

“Francesca, va tutto bene, stai tranquilla, non hai niente. (?!?) Hai un taglio sulla fronte, ma non sembra nulla di grave…mi senti?”

Lei fa cenno di sì con la testa, piange.

Qualcuno mi batte una pacca sulla spalla, come se le avessi fatto un intervento a cuore aperto.

Ecco che mi consegnano il suo portafogli, due pacchetti di sigarette, le chiavi dell’auto parcheggiata lì accanto.

“…no, fermi, io devo andare. Ho due bambine in macchina, non posso rimanere ancora…”

Restituisco tutto al signore dell’acqua in faccia, gli dico di aspettare l’ambulanza, seria e compita e saputa come prima.

Lui annuisce, qualcuno mi ringrazia.

Ho pensato, adesso se provo a spiccare il volo come Hankock secondo me ce la faccio.

Ma per sicurezza non ho provato.

Però andarmene nella pioggia, dopo aver fatto un piccolo gesto per aiutare qualcuno in difficoltà, mi ha fatto sentire un po’ Bruce Willis.

Sì. Lo so, non è molto femminile, ma gli eroi duri e puri non sono mai femminili nelle scene post-apocalisse dei film.

Poi sono risalita in macchina ed ho riportato le bambine a casa.

“…visto bambine? Due esempi in uno: bisogna stare attente ad attraversare la strada. E: fumare fa male”

Scoppio di risa delle due cestiste.

…e io? Io sono felice (lo stesso).

Alla radio ci raccontano della condanna di Berlusconi.

7 anni ed interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Permettetemi di dirlo: io sono felice.