Potevamo stupirvi con effetti speciali, tipo la serendipità, o l’invalidità.

Vi stupirò con questa dichiarazione lapidaria ed assolutamente fuori luogo: mi sono iscritta in palestra, vado a fare pilates e posturale.

Detto così pare anche una cosa fighina e snob, in realtà facciamo gli esercizi geriatrici di Jane Fonda, e mi vengono dei crampi alle dita dei piedi che ogni volta mi fanno pensare:

“questo dito vuole andarsene da questa stanza, penso che lo seguirò”.

La cosa più buffa di tutta questa storia è che le ultime disposizioni del MINCCI (Ministero delle Complicazioni Costose ed Inutili) impongono alla palestra di richiedermi il certificato medico di idoneità, anche per un’attività a basso impatto come questa. Dev’essere per tutta questa gente che improvvisamente si accascia a terra senza preavviso: “col cavolo che ti faccio fare gli esercizi geriatrici di Jane Fonda, così se tu mi muori su due piedi poi quelli vengono a ricercare me.” E’ un mio pensiero ma mi pare abbastanza verosimile.

Mi informo: il medico di famiglia mi farà il certificato, ma probabilmente vorrà che mi faccia prima un eco-cardio. Sempre per tutta questa gente che improvvisamente si accascia a terra senza preavviso, credo. “col cavolo che ti faccio un certificato, così se tu mi muori  su due piedi poi quelli vengono a ricercare me.” Il pensiero è sempre mio, si diffonde a macchia d’olio.

Facendo un rapido calcolo, fra i tempi biblici ed il ticket per l’eco-cardio, il certificato del medico curante che ovviamente è a  pagamento, deduco che faccio prima a passare una visita dal medico dello sport.

Avete presente?

Io sì, ci ho portato la Princi: per fare la prova sotto sforzo l’hanno fatta salire e scendere da uno scalino per un quarto d’ora, ma io farò parecchio prima, non c’è pericolo.

Ma quello che mi fa schiantare è la mia serendipità.

serendipità s. f. – La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro. [dall’ingl. serendipity, coniato (1754) dallo scrittore ingl. Horace Walpole che lo trasse dal titolo della fiaba The three princes of Serendip: era questo l’antico nome dell’isola di Ceylon, l’odierno Srī Lanka], letter.

So che accadrà questo: io inizierò a salire e scendere dallo scalino, come ha fatto la Princi ma parecchio peggio, per uscire da quello studio medico col mio certificato di idoneità sportiva per fare gli esercizi geriatrici di Jane Fonda, e invece succederà che mi sentirò male, caracollerò e mi farò prendere le palpitazioni perché soffro di una qualche sindrome alla quale daranno il mio nome quando ne morirò, che consiste nel volersi a tutti i costi sbrigare a fare le cose faticose, tipo una salita, o le scale con la spesa tutta in un viaggio, per una sorta di spirito di competizione con me stessa, la salita e le scale e la spesa.

E insomma cadrò a terra priva di sensi, o di senso, e il medico sportivo non farà nemmeno in tempo a sorreggermi un po’, me lo sento.

E quindi uscirò dallo studio medico senza certificato di idoneità, ma con un certificato di invalidità nuovo di zecca.

Quindi non potrò fare pilates e posturale, ma chiederò la pensione e camperò a spese vostre.

Cervelloticamente Vostra, la futura invalida che poteva essere l’allieva numero uno di Jane Fonda.

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Dress Code per l’Apocalisse Zombie.

L’Omone, come ben lo presenta il nome, è un omone grande e grosso, e questa può essere la sola giustificazione al suo modo di vestire: non è semplicissimo trovare la sua taglia, né per l’abbigliamento né per le scarpe, se non cercando nei negozi di articoli sportivi.

Ma a parte questo, il suo canone è rigido e uguale a sé stesso da anni: non tiene conto del contesto, delle ricorrenze, del resto del mondo.

Abitualmente il suo guardaroba si divide in due stagioni: inverno ed estate, che si distinguono solo dalla lunghezza dei pantaloni e delle maniche.

Per imbrigliarlo in un vestito (giacca, camicia, pantaloni, con sforzo immane ci aggiungiamo la cravatta) serve un matrimonio.

Quando capita, si mette la giacca e la camicia ed inizia a muovere le spalle come nei video di aerobica di Jane Fonda, e si rammarica di “non entrarci”, e che non riesce a muoversi, come se ai matrimoni normalmente al posto del ricevimento o del pranzo si tenessero gare di braccio di ferro, di lancio del giavellotto o qualche palio delle botti, o giostre di saracini.

Non ammette deroghe alla sua tenuta d’ordinanza:

pantalone cargo dei vari eserciti del mondo+

t-shirt con macroscritta di qualche gara sportiva+

scarpa da corsa o anfibio da guerra con calzino rigorosamente corto+

eventuale felpa.

La scorsa settimana, purtroppo, è venuto a mancare il padre di un suo collega ed amico, e l’Omone ha partecipato al funerale.

Ovviamente, vestito da Omone.

Mentre si vestiva, sono riuscita a convincerlo  -Deo gratia- ad indossare la camicia, a maniche corte come quella di Luca Nervi di Camera Cafè, per coprire almeno un po’ una t-shirt con scritta fluo anni 80 sulla schiena, solo facendogli notare che:

“Omone, dove stai andando? non è un’Apocalisse Zombie, il poveretto è morto davvero, non uscirà ringhiando dalla cassa da morto, e non ci sarà bisogno di usare tutta la tua forza fisica per ricacciarcelo dentro.”

L’Omone ha sbuffato, e sostenuto con tutte le sue forze la sua teoria:

“il codice d’abbigliamento è un canone imposto da una società che ci vuole omologati! Io mi rifiuto! Io non ci sto! Io mi vesto come mi pare! Se voglio uscire di casa in pantaloni corti a novembre, voglio vedere chi me lo può impedire!”

Fa sempre così se si tocca questo tasto, e si inalbera fiero nei suoi due metri, pilone e pilastro, manifesto di forza e prestanza, ma di scarsa eleganza.

Devo dire che non ne cambierei comunque nemmeno una virgola: lo adoro così com’è, mi è piaciuto subito questo suo essere differente.

Non ne cambierei una virgola, me lo tengo così, fantaeroe vestito da Apocalisse Zombie, anche se andiamo a teatro a vedere il saggio di danza classica della Princi, e io mi agghindo col tacco dodici, il tubino nero e lo chignon.

Totalmente privo dell’idea del “dress code”.

Tranne quando, la sera, mi capita talvolta di chiedergli “Puoi portare Ettore giù in giardino a fare i suoi bisogni?”

e lui mi risponde serio “…ma Cla…non posso uscire così, sono già in pigiama!”.

con Amore Immenso, a colui che mi difenderà in caso di Apocalisse Zombie:

perché altrimenti io, fosse per me,

 decisamente sceglierei D.

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